Lagarde lascia il 7 febbraio, la Bce congela i tassi
Francoforte rinvia le decisioni, ma energia, debito francese e inflazione tengono aperta l’ipotesi di nuovi rialzi
La Banca centrale europea ha lasciato invariato al 2,50% il costo del denaro. La decisione, approvata all’unanimità, è arrivata nel giorno in cui Christine Lagarde ha annunciato l’addio alla presidenza il 7 febbraio, dopo il World Economic Forum di Davos.
La presidente ha comunicato la data della partenza mentre l’istituto si prepara a una fase delicata. L’aumento dei prezzi dell’energia e le tensioni sui titoli di Stato stanno alimentando l’incertezza sulle prossime mosse di politica monetaria.
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Lagarde prepara l’uscita
L’avvicendamento ai vertici della Bce si intreccia con altre scadenze interne. Il mandato del capo economista Philip Lane terminerà a maggio, mentre Isabel Schnabel lascerà volontariamente il consiglio esecutivo. La definizione dei nuovi equilibri potrebbe risentire anche delle elezioni presidenziali francesi.
Il Consiglio direttivo ha scelto di attendere nuovi dati prima di modificare i tassi. La linea resta prudente: secondo Konstantin Veit di Pimco, l’istituto continua a muoversi lungo la posizione intermedia indicata da Lagarde all’inizio dell’anno, senza orientarsi subito verso una stretta più aggressiva.
Rendimenti sotto osservazione
A condizionare la riunione è stato anche il mercato obbligazionario. I rendimenti dei titoli decennali sono aumentati in diverse economie dell’area euro e gli Oat francesi hanno superato il 5,1%, a causa dei dubbi sui conti pubblici e sull’indirizzo politico di Parigi.
L’inasprimento delle condizioni finanziarie ha ridotto la necessità immediata di un intervento della Bce. Unicredit ha osservato che il rialzo dei tassi a lunga scadenza ha già frenato il quadro finanziario, offrendo all’istituto più tempo per esaminare i prossimi indicatori. Per Carsten Brzeski di Ing, l’aumento dei rendimenti in Germania e Francia dall’ultima riunione ha prodotto un effetto paragonabile a un rialzo ufficiale compreso tra 25 e 50 punti base.
Le tensioni sui debiti sovrani, tuttavia, non hanno raggiunto livelli tali da richiedere un intervento straordinario. Il programma Tpi, lo strumento anti-frammentazione della Bce, resta disponibile nel caso di movimenti disordinati. Goldman Sachs ha però rilevato che un sostegno al mercato obbligazionario richiederebbe una pressione molto più ampia e intensa rispetto a quella attuale.
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Energia e inflazione
Dalla precedente riunione di settembre, l’economia dell’area euro ha mostrato una tenuta superiore alle attese e l’inflazione di fondo è rimasta stabile. Il rialzo delle quotazioni del petrolio Brent e del gas europeo Ttf, legato al conflitto in Medio Oriente, ha però aumentato i rischi per i prezzi al consumo.
La Bce sta valutando soprattutto la possibilità che lo shock energetico produca effetti duraturi, non il semplice aumento delle bollette. Veit ha spiegato che «la Bce non reagisce ai prezzi dell’energia in quanto tali, ma ai rischi che aumenti più elevati si trasferiscano stabilmente sull’inflazione».
Per ora non emergono segnali di una spirale tra salari e prezzi né di effetti indiretti rilevanti. Ulrike Kastens di Dws ha comunque avvertito che le conseguenze di secondo livello potrebbero manifestarsi se l’emergenza energetica dovesse protrarsi.
La riunione del 17 dicembre
Il prossimo appuntamento centrale sarà quello del 17 dicembre, quando le nuove proiezioni economiche offriranno al Consiglio direttivo gli elementi per valutare una possibile stretta. Il mercato considera probabili circa 70 punti base di aumenti complessivi nei trimestri successivi e ipotizza un tasso sui depositi al 2,75% entro la fine dell’anno.
Gli analisti invitano però a non dare per scontato il ritmo degli interventi. Veit ritiene che i rischi siano orientati verso un numero più contenuto di rialzi, mentre Goldman Sachs non esclude una nuova mossa a marzo nel caso di un inverno rigido e di ulteriori rincari del gas.
Secondo la banca statunitense, sarebbe difficile spingere il tasso sui depositi oltre il 3%. Michael Field di Morningstar ha evidenziato che altri aumenti aggraverebbero il peso sui debitori, ma potrebbero servire per riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%. Una possibile discesa del petrolio potrebbe invece attenuare autonomamente le pressioni sui prezzi.
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