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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

La violenza non nasce dai cortei: chi la insegna davvero ai giovani

Il problema non sono soltanto le parole dei ragazzi in piazza, ma il linguaggio aggressivo del potere e le richieste giovanili rimaste senza risposta.

La manifestazione di sabato a Roma, partecipata anche da moltissimi giovani e conclusa senza violenze, racconta una realtà diversa da quella ridotta alle immagini delle vetrine infrante. In piazza c’erano persone che chiedevano un orizzonte per il proprio futuro, non ragazzi alla ricerca di uno scontro. Prima di accusare il termometro, forse sarebbe il caso di misurare la febbre del Paese.

Il punto non è assolvere chi devasta. Chi danneggia una libreria non sta compiendo un gesto politico: provoca un danno concreto a chi quel negozio lo apre ogni mattina. Ma la domanda su chi abbia insegnato la violenza non dovrebbe essere rivolta anzitutto a un docente che discute di antifascismo in classe. Bisognerebbe guardare anche a chi ha trasformato l’aggressività in uno strumento di consenso.

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Il linguaggio violento arriva dall’alto

Per anni figure politiche di primo piano hanno usato parole e immagini costruite sulla minaccia. Donald Trump, il 6 gennaio, invitò i suoi sostenitori a combattere “come dannati”, prima dell’assalto a Capitol Hill; durante le proteste per George Floyd aveva legato l’inizio dei saccheggi all’avvio delle sparatorie. Nel 2024, inoltre, prospettò un “bagno di sangue” in caso di sconfitta elettorale.

Lo stesso schema è comparso altrove. Jair Bolsonaro ha evocato in campagna elettorale l’idea di sparare agli elettori del Partito dei Lavoratori, mentre Javier Milei ha scelto una motosega come simbolo della propria proposta politica. In Italia Matteo Salvini ha costruito parte della sua comunicazione sulla ruspa destinata ai campi rom, sulla fine della “pacchia” e sul citofono suonato a Bologna per chiedere a una famiglia se spacciasse.

Anche nel linguaggio istituzionale italiano sono entrate espressioni che indicano alcuni gruppi come una minaccia collettiva. Un ministro della Repubblica ha parlato di “sostituzione etnica”; un generale, poi candidato ed eletto, ha scritto che alcune persone “non sono normali”. In Francia, da Jean-Marie a Marine Le Pen, il riferimento alle “sommersioni migratorie” è diventato parte stabile del lessico politico.

Questo non è il vocabolario di un corteo studentesco, ma quello di chi occupa posizioni di potere e firma provvedimenti. Se per vent’anni ai cittadini è stato ripetuto che esistono nemici da schiacciare, confini da difendere con i corpi e avversari da colpire, la violenza finisce per perdere il carattere di tabù. Diventa una grammatica pubblica, appresa dai ragazzi osservando gli adulti.


Le richieste ignorate alimentano la rabbia

C’è però un altro elemento che non può essere lasciato ai margini: questi giovani non sono soltanto esposti a messaggi aggressivi, sono anche ascoltati troppo poco. Domandano edifici scolastici sicuri e continuità didattica, ma ricevono riduzioni di spesa e lezioni sul merito. Chiedono interventi sul clima e si sentono rispondere che non è il momento.

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Sul lavoro il quadro non cambia. A chi cerca un contratto stabile vengono spesso offerte esperienze precarie, tirocini o partite Iva da 900 euro. Chi cerca una casa si confronta con affitti spinti verso l’alto dagli alloggi destinati ai visitatori, mentre chi domanda un futuro si sente dire di aspettare perché il Paese avrebbe altre priorità, compresa la costruzione del ponte.

Ogni volta che un diciottenne prova a farsi sentire e non ottiene alcuna risposta, impara che alzare la mano è inutile. Non serve una diagnosi psicologica complessa per capire quale frustrazione possa seguire a questa esperienza ripetuta di impotenza. La protesta, in questo senso, è anche il risultato di una lunga serie di porte chiuse.


Il dissenso verso la lettura di Recalcati

Massimo Recalcati ha distinto correttamente, secondo questa impostazione, tra i ragazzi che manifestano per il proprio avvenire e chi rompe una vetrina. Tuttavia, la ricerca dei cosiddetti cattivi maestri esclusivamente a sinistra, tra quanti definiscono fascista un governo eletto, appare parziale. Il problema è che il potere contemporaneo non ha bisogno di essere provocato dagli antifascisti per usare toni violenti: spesso li adotta direttamente e li porta in prima serata.

Il richiamo di Recalcati al “fascismo degli antifascisti”, ripreso da una riflessione di Pier Paolo Pasolini del 1974, non esaurisce la situazione odierna. Nel frattempo è cambiato il modo in cui la politica comunica e il linguaggio aggressivo è stato normalizzato proprio da chi governa o aspira a governare.

La responsabilità individuale, comunque, resta. Chi distrugge non può presentare il danno come una forma di partecipazione democratica, e a pagare sono spesso lavoratori e piccoli esercenti estranei al conflitto. Ma chiedersi soltanto quale professore abbia parlato di antifascismo significa evitare la domanda più scomoda: perché chi usa insulti e minacce per ottenere consenso si sorprende quando qualcuno prende alla lettera quelle parole?

I ragazzi, infine, non sono la malattia da eliminare né il bersaglio più semplice su cui scaricare la colpa. Sono il termometro di una società attraversata da precarietà, paura e assenza di ascolto. Prima di rompere il termometro, sarebbe più utile occuparsi della febbre.

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