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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

La startup che fa rinascere i borghi con la fermentazione

Atipiche di Collalto Sabino conquista il Premio Nazionale Prepararsi al Futuro 2026, mentre il Festival di Firenze mette al centro energia condivisa, casa e nuove imprese

La fermentazione come strumento di cultura, lavoro e rigenerazione dei territori: è questa l’idea alla base di Atipiche, la cooperativa di Collalto Sabino, in provincia di Rieti, che ha ricevuto il Premio Nazionale Prepararsi al Futuro 2026. Il riconoscimento è stato assegnato durante l’ottava edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile di Firenze, dove il tema dello sviluppo sostenibile è stato affrontato attraverso energia, abitare, innovazione e partecipazione.


Atipiche vince con un modello rurale

La cooperativa premiata costruisce la propria attività intorno alla fermentazione, considerata non soltanto una tecnica produttiva, ma anche un elemento culturale. Il progetto unisce filiera corta, valorizzazione delle produzioni locali, laboratori, formazione alimentare, servizi di catering ed esperienze legate al territorio.

L’obiettivo è creare un sistema economico fondato sulla partecipazione della comunità. In questo modo le competenze agricole tradizionali diventano una leva per rivitalizzare le aree rurali e mantenere attivi i piccoli centri, attraverso un intreccio tra impresa, educazione e identità locale.

Silvia Rossi, direttrice di Fondosviluppo, ha sottolineato che il legame con il territorio può rappresentare un vantaggio competitivo, ma deve essere accompagnato da innovazione, capacità gestionale, investimenti, competenze digitali e solidità economica. «La sfida è trasformare l’identità cooperativa in un modo nuovo di fare impresa, forte e radicato nei territori», ha spiegato presentando il significato del premio.


Energia condivisa ancora poco conosciuta

Nel corso dei lavori si è discusso anche di “democrazia energetica”, con la presentazione di una ricerca sulle Comunità Energetiche Rinnovabili. L’indagine ha preso in esame 351 realtà, comprese quelle solidali e a impatto sociale, rilevando che la loro diffusione è maggiore nei territori dove esistono reti associative e istituzioni solide.

Secondo lo studio, i modelli più efficaci coinvolgono cittadini, enti e soggetti economici in modo partecipato. Le comunità possono produrre risparmio energetico, contrastare la povertà, sostenere gli investimenti locali e rafforzare i legami sociali. Il principale ostacolo resta però la scarsa conoscenza dello strumento: l’indice NESC dedicato alla consapevolezza si ferma a 0,32 su 1, il livello più basso registrato dalla ricerca.

Tra le proposte emerse figura il riconoscimento delle Comunità Energetiche Rinnovabili come soggetti economici, con possibilità di accedere alle risorse e obblighi più chiari in materia di trasparenza e responsabilità. Mario Mantovani, ambientalista e presidente della Fundação Florestal do Estado de São Paulo, ha collegato il tema all’accesso ai servizi nelle aree amazzoniche. «Anche queste comunità devono poter accedere all’energia: è una questione di democrazia», ha affermato, illustrando progetti basati su pannelli solari, connessione alla rete e sostegno alle attività locali.


La transizione ha già gli strumenti

Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del CNR e divulgatore, ha osservato che la maggior parte delle tecnologie necessarie alla transizione energetica è già disponibile. A suo giudizio, rinviare le decisioni in attesa di soluzioni future rischia di rallentare un cambiamento che potrebbe essere avviato con gli strumenti attuali.

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In Italia, ha ricordato, le richieste di connessione alla rete per impianti da fonti rinnovabili arrivano a 300 GW, a fronte di una potenza di picco compresa tra 45 e 50 GW. Realizzare anche solo un decimo di quanto richiesto sarebbe già un risultato significativo. Il limite, secondo Armaroli, non è soltanto tecnologico: mancano anche competenze operative e, in particolare, elettricisti.


Casa e disuguaglianze si intrecciano

Un altro confronto ha riguardato le persone che rischiano di rimanere escluse dai cambiamenti sociali ed economici. Alessandro Maggioni, Anna Meli, Lorenzo Terzani e Alessandro Santoni hanno discusso di abitare, fragilità e futuro dei piccoli comuni.

Terzani ha ricordato che il Consorzio Fabrica lavora da anni sulle politiche abitative rivolte alle fasce più deboli, nonostante inizialmente l’intervento delle cooperative sociali in questo campo fosse considerato insolito. Anna Meli ha evidenziato che l’emergenza abitativa pesa soprattutto su precari, giovani, studenti e famiglie con redditi bassi o medio-bassi, ma diventa ancora più dura quando alla difficoltà economica si aggiungono discriminazioni legate all’origine, al colore della pelle o al permesso di soggiorno.

Santoni ha invece richiamato il ruolo dei piccoli comuni, che rappresentano circa il 70% dei comuni italiani. La distanza geografica, ha osservato, non coincide necessariamente con l’esclusione: a restare indietro sono soprattutto le persone e le comunità che non dispongono di reali possibilità di scelta.


Economia civile e impresa sociale

Nel panel dedicato al rapporto tra economia sociale ed economia civile, Stefano Zamagni ha descritto l’economia civile come una visione generale della realtà, con radici nel pensiero francescano e capace di comprendere diversi modelli applicati in contesti storici e geografici differenti.

Gabriele Sepio ha ricondotto l’economia sociale a una lunga evoluzione storica fatta di organismi senza scopo di lucro, orientati ai bisogni collettivi e guidati da meccanismi democratici e partecipativi. Il riferimento attuale è anche al Piano nazionale per l’economia sociale, presentato come lo strumento attraverso cui principi quali reciprocità, gratuità e mutualità possono trovare applicazione concreta.

Franco Ferrarini, vicepresidente della Fondazione del Credito Cooperativo Tertio Millennio ETS, ha ricordato il sostegno offerto dal Credito Cooperativo a cooperative e nuove imprese. Secondo i dati dell’Istituto Tagliacarne, i clienti di questo sistema crescono il 12% in più rispetto agli altri e sviluppano maggiori relazioni di rete. La Fondazione segue inoltre cooperative giovanili e, da cinque anni, anche nuove imprese, alle quali propone percorsi di formazione imprenditoriale.

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