La seconda occasione per studiare: così il lavoro cambia insieme all’università
Dai percorsi interrotti agli studenti-lavoratori, sempre più persone cercano una formazione compatibile con turni, famiglia e trasformazioni professionali.
Per molti adulti l’università non rappresenta più soltanto il primo passo verso il lavoro. Può diventare una ripartenza dopo una lunga pausa, uno strumento per cambiare direzione o un modo per aggiornare competenze ormai superate. La formazione, insomma, entra in fasi della vita in cui un percorso professionale è già cominciato e gli impegni personali sono numerosi.
Studiare quando la vita è già iniziata
Le ragioni per tornare sui libri sono diverse. C’è chi ha lasciato l’università a pochi esami dalla fine, chi vuole conseguire un titolo mai ottenuto e chi sceglie una nuova specializzazione per restare al passo con un settore in rapida trasformazione. In tutti questi casi, il problema non è soltanto trovare la motivazione: bisogna conciliare lezioni, lavoro, famiglia, spese e tempi di spostamento.
La storia di Gennaro J. Di Napoli è quella di chi ha ripreso un percorso rimasto fermo per dieci anni, quando mancavano soltanto due esami alla laurea. Dopo l’iscrizione a Universitas Mercatorum ha completato gli studi, ha iniziato la magistrale e, nello stesso periodo, ha intrapreso una nuova esperienza nel comparto dei servizi informatici. «Il mio primo esame alla magistrale è coinciso con l’inizio di una nuova esperienza professionale che si nutre della comprensione del contesto di business che ho costruito studiando ogni giorno, la mattina prestissimo, prima del lavoro», racconta. Ora sta preparando la tesi e valuta anche un dottorato industriale.
La flessibilità diventa decisiva
Per chi ha già un impiego, la possibilità di organizzare lo studio in autonomia può determinare la scelta di iscriversi o di rinunciare. Orari rigidi, presenza obbligatoria e costi elevati rischiano infatti di rendere impraticabile la formazione per chi deve sostenere una famiglia o lavora su turni. Le università telematiche, in questo quadro, possono offrire una soluzione più adattabile alle esigenze individuali.
Annarita Iusco ha affrontato il ritorno all’università mentre lavorava su turni e si occupava della famiglia. All’inizio, spiega, temeva di non essere più in grado di studiare e dubitava delle proprie capacità. «L’università telematica è stata la soluzione che mi ha consentito di conciliare lo studio con tutto il resto», afferma. Oggi è vicina alla laurea e partecipa anche alla vita dell’ateneo attraverso la Consulta studentesca.
La flessibilità serve però anche a chi non ha interrotto gli studi. Laura Bonuccelli, 23 anni, sta terminando la laurea in Scienze dell’Amministrazione e dell’Organizzazione con indirizzo sportivo e, dopo un tirocinio, è stata assunta all’AS Roma. «La flessibilità dell’Università San Raffaele mi ha permesso di adattare le lezioni e lo studio ai miei impegni, senza dover scegliere tra la mia crescita professionale e quella accademica», dice. Dopo la laurea vorrebbe frequentare un master nel settore sportivo.
Le competenze non durano per sempre
Il rapporto tra istruzione e carriera sta cambiando anche perché il lavoro non rimane uguale nel tempo. Le tecnologie modificano mansioni e professioni: alcune si rafforzano, altre si ridimensionano e qualcuna scompare. Per questo le conoscenze acquisite all’inizio del percorso professionale possono non essere sufficienti fino alla pensione.
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Nel rapporto “Competenze nell’epoca dell’intelligenza artificiale”, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico segnala che l’automazione aumenta il bisogno di aggiornamento, mentre la partecipazione degli adulti alla formazione resta stabile in molte economie avanzate. A partecipare meno sono proprio i lavoratori con qualifiche medio-basse, cioè quelli maggiormente esposti agli effetti della trasformazione tecnologica.
Anche le imprese indicano nei divari di competenze un ostacolo rilevante. Il rapporto annuale del Forum economico mondiale sul futuro dell’occupazione li considera il principale freno alla trasformazione per il 63 per cento delle aziende coinvolte. Nello stesso documento, l’85 per cento degli intervistati prevedeva di concentrarsi sull’aggiornamento delle competenze nei cinque anni successivi.
Un modello senza più un prima e un
I dati mostrano che studio e lavoro sono già spesso sovrapposti. Nel 2025 quasi sette laureati su dieci avevano lavorato durante l’università e più di uno su dieci rientrava nella categoria dei lavoratori-studenti, avendo svolto un’attività a tempo pieno e continuativa per almeno metà del proprio percorso accademico. Secondo il Rapporto AlmaLaurea 2026, inoltre, circa sei laureati su dieci considerano molto importante poter continuare a formarsi durante la vita professionale.
La domanda arriva anche dal cambiamento demografico. Rispetto al picco del 1984, la popolazione di 19 anni è scesa del 41,3 per cento e nel 2023 poco più di un giovane su due è passato dalla scuola all’università. Con una platea giovanile più ridotta, gli atenei devono quindi rivolgersi anche a chi torna a studiare in età adulta o ha bisogno di conciliare l’iscrizione con un impiego già avviato.
Fabiola Iannaccone, attiva nel marketing e nella comunicazione, ha scelto una laurea magistrale in Comunicazione Digitale e Marketing per aggiornare le proprie conoscenze in un ambito soggetto a continui cambiamenti. Nel suo caso, il vantaggio principale è stato poter trasferire immediatamente nel lavoro ciò che imparava durante gli studi.
La flessibilità dell’orario è diventata, negli ultimi dieci anni, uno degli aspetti più importanti per i laureati: nel Rapporto AlmaLaurea 2026 il suo peso è cresciuto di 20,7 punti percentuali rispetto al 2015. Insieme alla capacità di adattamento, alla curiosità, al pensiero creativo e alla formazione permanente, indica un mercato in cui il percorso professionale non segue più necessariamente la sequenza scuola, università e lavoro. Per molti, le diverse fasi cominciano a procedere contemporaneamente.
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