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Attualità 4 min di lettura17 min fa

La «realtà» di Putin: quando la geopolitica diventa resa

Tra analisi strategiche, propaganda e calcoli elettorali, posizioni diverse finiscono per convergere su una stessa mappa: un’Ucraina mutilata e un’Europa senza voce.

La questione non riguarda soltanto chi, in Occidente, sostiene apertamente il Cremlino. Il punto più delicato è capire quanti, presentandosi come osservatori realistici e privi di pregiudizi, finiscano per descrivere come inevitabile proprio l’ordine internazionale auspicato da Mosca.

In questa convergenza entrano anche le scelte di Donald Trump, sempre più legate a sondaggi, prezzi dell’energia e convenienze immediate. Il risultato è una rappresentazione nella quale la libertà dei popoli e il diritto internazionale vengono trattati come intralci davanti alla trattativa tra le potenze.

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Il realismo che disegna una sola mappa

John Mearsheimer e Lucio Caracciolo non partono dalla stessa interpretazione della Russia. Il politologo dell’Università di Chicago sostiene che Vladimir Putin non avesse inizialmente l’obiettivo di conquistare l’intera Ucraina o di ricostruire un impero; nella sua lettura, la responsabilità principale della guerra ricadrebbe sull’Occidente e sulla Nato, pur riconoscendo che l’invasione è stata decisa da Putin.

Caracciolo, invece, considera centrale la componente imperiale del progetto della Novorossija, l’area che comprende territori come Kharkiv e Odesa. Le loro premesse sono quindi differenti, ma la conclusione prospettata tende a coincidere: un’Ucraina ridotta a entità statale debole e disfunzionale, una Russia destinata a imporsi e un’Europa priva di un’autonoma capacità strategica. Non è necessariamente un programma politico identico: è la stessa carta geografica applicata a letture diverse.

Mearsheimer arriva a definire l’esito ucraino come quello di uno Stato residuale e incapace di funzionare. Caracciolo, dal canto suo, insiste sul fatto che l’Unione europea, non essendo un soggetto geopolitico unitario, non possa incidere davvero sugli equilibri del conflitto. In entrambi i casi, la previsione rischia di trasformarsi in una cornice che rende superflua qualsiasi alternativa.


L’errore di previsione resta rimosso

Alla vigilia del 24 febbraio 2022, Caracciolo escludeva che Putin avrebbe attaccato l’Ucraina e considerava un’eventuale marcia su Kyjiv un suicidio strategico. Dopo l’inizio dell’invasione, quella scelta giudicata irrazionale è stata reinterpretata come il passaggio di una guerra che la Russia non potrebbe perdere.

Nella nuova lettura, l’Ucraina sarebbe inoltre un prodotto artificiale della storia sovietica, con un’identità incerta e una sconfitta imposta dalla demografia e dalla geografia. Il problema non è sbagliare una previsione: prevedere non equivale a desiderare. Tuttavia, quando una previsione viene ripetuta per anni e diventa la base per suggerire a Kyjiv la resa, l’errore iniziale dovrebbe imporre una revisione del metodo, non essere trasformato in una prova di maggiore lucidità.

La tensione è emersa anche dentro Limes. Federigo Argentieri, Franz Gustincich, Giorgio Arfaras e il generale Vincenzo Camporini, quattro componenti storici del comitato scientifico e redazionale, hanno lasciato la rivista contestando una deriva definita «filorussa e antieuropeista».

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Camporini ha riassunto il nodo con una formula netta: «La geopolitica senza etica e senza diritto internazionale diventa pura contabilità della forza». In questa prospettiva, l’analisi smette di interrogarsi su ciò che è legittimo e si limita a registrare chi dispone di più potere, come se la forza fosse l’unico criterio utile.


Trump porta il conto in politica

Questa visione trova oggi una traduzione politica nel transazionalismo di Donald Trump. Il realismo tradizionale può sacrificare la solidarietà internazionale per tutelare l’interesse nazionale e la stabilità delle alleanze nel tempo. Il transazionalismo, invece, mette da parte sia la responsabilità internazionale sia la prospettiva strategica degli Stati Uniti, privilegiando il prossimo sondaggio, l’accordo più conveniente o la scadenza elettorale ravvicinata.

Non si tratta soltanto di una politica priva di ideali. È una politica nella quale l’interesse dello Stato viene subordinato alla convenienza personale del leader e alle sue necessità immediate.

Gli episodi citati nel testo seguono questa logica. Il 9 ottobre, dopo un colloquio telefonico con Putin e a poche settimane dal voto di metà mandato del 3 novembre, Trump ha sospeso fino ad aprile le sanzioni sul gasolio russo, con l’obiettivo dichiarato di contenere il costo del carburante. Il giorno successivo ha chiesto che l’Ucraina scegliesse un nuovo presidente, attribuendo agli attacchi di Kyjiv contro le raffinerie russe una responsabilità nell’aumento dei prezzi.

Il 16 ottobre, attraverso un ordine esecutivo fondato sull’interesse nazionale, ha inoltre bloccato i dazi e le nuove sanzioni previsti dalla legge Graham. Da Mosca l’iniziativa è stata presentata come un passaggio storico.

Il quadro che ne emerge unisce tre elementi: la dottrina imperiale del Cremlino, il mercantilismo privato della Casa Bianca e il determinismo di alcuni analisti occidentali. Cambiano le parole — «Scenario buono» per i nazionalisti russi, «accordo» per Trump, «realtà» per i geopolitici — ma il risultato indicato è simile: un’Ucraina amputata, un’Europa marginale e il diritto internazionale trattato come un ostacolo alla negoziazione tra i più forti.

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