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Attualità 3 min di lettura20 ore fa

La cucina italiana cambia lingua senza perdere la propria identità

Dal W Rome ai percorsi tra Medio Oriente e Asia, Giacomo Vinci usa i viaggi per ampliare lo sguardo e raccontare Roma attraverso una cucina italiana contemporanea.

Per Giacomo Vinci l’identità non è una barriera da innalzare, ma una base abbastanza robusta da consentire il dialogo con mondi diversi. Il suo percorso mostra come la cucina italiana possa spostarsi, assorbire esperienze e tornare a esprimersi con strumenti più numerosi senza smarrire la propria origine.


Un’identità capace di viaggiare

Al W Rome, dove guida il ristorante Giano, questa impostazione si misura ogni giorno con ospiti provenienti da tradizioni gastronomiche differenti. Il ristorante e il cortile esterno accolgono una clientela internazionale, attirata anche da piatti riconoscibili come l’arancino e il cannolo, all’interno di un’esperienza informale pensata per la convivialità.

La sfida consiste nel tenere insieme ambienti, ritmi e aspettative diversi, mantenendo una direzione gastronomica leggibile. Vinci non parla di semplice adattamento, ma di traduzione: «L’autenticità non è rigidità: è avere un’identità chiara e saperla comunicare in modo accessibile».


Il metodo nasce dall’esperienza

Lo chef descrive il proprio stile come «essenziale, istintivo e stratificato, costruito su memorie». La sottrazione definisce il primo elemento; l’istinto deriva invece dalla pratica, mentre la stratificazione raccoglie gli apprendimenti maturati in anni di lavoro lontano dall’Italia.

Questa esperienza lo ha portato, talvolta, a cercare le parole nella sua lingua d’origine per raccontare ciò che fa. Il suo percorso è partito dalla cucina tradizionale, ma gli incarichi in Medio Oriente e Asia gli hanno insegnato a osservare gli ingredienti da angolazioni nuove e a confrontarsi con contesti gastronomici multiculturali.


Le influenze restano sottotraccia

Nel suo lavoro, l’Asia si riconosce soprattutto nel modo di governare acidità e bilanciamenti, mentre il Medio Oriente contribuisce alla costruzione della profondità aromatica. Questi riferimenti, tuttavia, non vengono esibiti come una lista di contaminazioni: entrano nei piatti in forma filtrata.

«Tutto però viene filtrato attraverso una matrice italiana, che rimane il punto di partenza e di ritorno», spiega Vinci. È una dinamica che appartiene anche alla storia della gastronomia europea, modellata dagli spostamenti dei cuochi al seguito delle corti e dagli scambi di tecniche, prodotti e conoscenze.


La tecnica serve al risultato

Nel repertorio dello chef convivono cotture alla griglia e preparazioni dirette, affiancate da lavorazioni più rigorose quando il piatto lo richiede. La scelta del procedimento non nasce quindi dal desiderio di esibire abilità, ma dalla necessità di ottenere l’effetto desiderato.

«La tecnica è uno strumento, non un obiettivo», riassume Vinci. Il principio acquista un significato particolare nel contesto alberghiero, dove la cucina deve convivere con il servizio, l’estetica della sala, la velocità dell’esperienza e la presenza di un pubblico internazionale.


Roma come punto di ritorno

Sicilianità e stagionalità completano il suo linguaggio e funzionano anche come stimoli creativi. I viaggi aggiungono possibilità, ma cucinare significa poi decidere quali elementi trattenere e come organizzarli dentro una visione coerente.

La traiettoria di Vinci racconta così un fenomeno più ampio: insieme ai piatti si muovono professionisti, tecniche, ingredienti e modi di guardare. Tornare alla cucina italiana dopo aver lavorato all’estero significa farlo con un vocabolario più ricco, capace di tradurre Roma in un contesto globale senza dissolverne i riferimenti.

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