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Attualità 4 min di lettura49 min fa

Kushner tra diplomazia e affari: due casi fanno discutere

Le partecipazioni di Affinity Partners in Phoenix Financial e il possibile acquisto degli asset internazionali di Lukoil riaccendono i dubbi sui suoi interessi privati.

Jared Kushner si trova al centro di due vicende finanziarie che si sovrappongono alle delicate missioni diplomatiche dell’amministrazione Trump. Da una parte c’è l’investimento nella finanziaria israeliana Phoenix Financial, esposta anche verso aziende che forniscono armi e servizi alle forze armate di Israele; dall’altra, la possibile acquisizione delle attività internazionali di Lukoil, emersa nei colloqui tra Washington e Mosca sulla guerra in Ucraina. Non sono state trovate prove di un guadagno personale di Kushner nell’operazione russa né di un suo intervento diretto sulle scelte di Phoenix, ma le relazioni economiche coinvolte hanno attirato l’attenzione di due importanti inchieste giornalistiche.


Phoenix, l’investimento finito sotto esame

La ricostruzione della CNN parte da Affinity Partners, la società d’investimento fondata da Kushner. L’azienda è diventata il principale azionista di Phoenix Financial, gruppo israeliano attivo nei settori assicurativo, del risparmio e della gestione patrimoniale. Phoenix possiede quote in centinaia di imprese e, secondo l’analisi di migliaia di documenti finanziari, almeno nove di queste lavorano nella fornitura di equipaggiamenti o servizi destinati all’apparato militare israeliano.

Il valore complessivo delle partecipazioni di Phoenix nelle nove società è stimato in almeno 456 milioni di dollari. Tra i nomi indicati figurano Elbit Systems, considerata il maggiore produttore israeliano di armi, e Israel Shipyards, che realizza navi da guerra per la Marina israeliana. Nel gruppo di aziende compaiono anche un produttore di cambi per carri armati e una società specializzata in componenti elettronici impiegati nei proiettili utilizzati a Gaza. La CNN aveva già documentato l’impiego di armi di Elbit in attacchi israeliani con vittime civili.

Il rapporto tra Affinity e quelle imprese, tuttavia, non è diretto. La società di Kushner possiede una partecipazione in Phoenix, che a sua volta detiene quote delle aziende finite nell’inchiesta. Da qui nasce il possibile beneficio indiretto legato ai risultati della finanziaria israeliana, senza che ciò significhi una proprietà diretta delle aziende della difesa.

La cronologia ha contribuito ad alimentare il dibattito. Affinity ha rilevato una quota di Phoenix nel luglio 2024 e l’ha raddoppiata nel gennaio 2025, poco prima del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Nel luglio 2026 ha ceduto circa un quarto della partecipazione, incassando più di 340 milioni di dollari e realizzando, secondo la CNN, un rendimento superiore di oltre cinque volte rispetto al capitale inizialmente investito. La società è comunque rimasta il maggiore azionista di Phoenix.


La difesa di Kushner e i limiti dell’inchiesta

Kushner ha respinto l’impostazione dell’inchiesta, definendo articolo e titolo «profondamente fuorvianti». In un messaggio pubblicato su X ha sottolineato che Phoenix non è un’impresa del comparto militare, ma un grande istituto finanziario israeliano quotato e sottoposto a regolamentazione, con circa 220 miliardi di dollari amministrati attraverso migliaia di investimenti.

«Affinity non possiede le aziende del settore della difesa citate nell’articolo della CNN», ha scritto Kushner, aggiungendo di non partecipare alle decisioni con cui Phoenix stabilisce quali società acquistare o vendere. Per descrivere il modello della finanziaria ha citato, come termine di paragone, Vanguard e Fidelity. Ha inoltre ricordato che l’ingresso in Phoenix risale a un periodo precedente alla rielezione di Trump e al suo successivo ritorno a un incarico pubblico.

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L’ex consigliere della Casa Bianca ha contestato anche l’idea che le sue attività diplomatiche abbiano inciso sugli investimenti. «La CNN non ha trovato alcuna indicazione che le azioni di Kushner in qualità di diplomatico abbiano influenzato direttamente gli investimenti esaminati», ha affermato, richiamando una conclusione contenuta nella stessa ricostruzione dell’emittente.


Lukoil apre un secondo fronte

Il 2 ottobre 2026 il New York Times ha aggiunto un’altra vicenda, collegata ai negoziati dell’amministrazione Trump con la Russia per tentare di chiudere il conflitto in Ucraina. Sul tavolo sarebbe finita anche una possibile operazione dal valore di diversi miliardi di dollari per rilevare le attività internazionali di Lukoil, tra cui giacimenti petroliferi, raffinerie e stazioni di servizio presenti in vari Paesi.

Un accordo del genere richiederebbe il via libera sia delle autorità statunitensi sia del governo russo. Secondo il quotidiano, al progetto parteciperebbero l’investitore americano Todd Boehly, due gruppi mediorientali che in passato hanno avuto rapporti commerciali con Kushner o con la famiglia di Steve Witkoff, oltre a un ente del governo degli Stati Uniti.

La questione si intreccia con la diplomazia perché Putin avrebbe parlato della vendita durante l’incontro del 5 settembre al Cremlino con Witkoff e Kushner. Il presidente russo avrebbe presentato l’eventuale intesa come un possibile segnale di riapertura dei rapporti economici tra Russia e Stati Uniti.


Due vicende senza prove decisive

Le due storie restano distinte. Le ricostruzioni della CNN e del New York Times non dimostrano che Kushner abbia usato il proprio ruolo diplomatico per orientare le scelte di Phoenix, né che lui o Witkoff otterrebbero personalmente un profitto dall’eventuale acquisto delle attività di Lukoil.

L’elemento comune è però l’intreccio tra incarichi pubblici, rapporti personali e interessi finanziari. Proprio questa sovrapposizione, anche in assenza di una prova di condizionamento diretto, ha riportato sotto esame il ruolo di Kushner nelle trattative su guerre, sanzioni e possibili accordi economici internazionali.

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