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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Kiev senza dati Usa? L’ex agente Cia: «Trump indebolisce anche Washington

John Sipher, per 28 anni nella Cia, spiega perché interrompere la cooperazione con l’Ucraina sarebbe molto più complesso e rischioso di quanto lasci intendere la politica

La possibile sospensione del sostegno informativo statunitense a Kiev non sarebbe un semplice comando da impartire con un interruttore. Secondo John Sipher, ex agente della Cia oggi impegnato nella ricerca accademica e strategica, una decisione simile finirebbe per privare gli stessi Stati Uniti di conoscenze e capacità costruite insieme agli ucraini nel corso di oltre dieci anni.

Sipher, 65 anni, ha trascorso 28 anni nei servizi segreti americani, occupandosi di operazioni clandestine e controspionaggio tra Mosca, i Balcani e Washington. In un colloquio in videoconferenza ha raccontato quanto sia articolata la collaborazione con Kiev e perché l’attuale approccio di Donald Trump rappresenti, a suo giudizio, una rottura senza precedenti.

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La cooperazione non si spegne con un comando

Il rapporto tra Stati Uniti e Ucraina è proseguito senza interruzioni dal 2014 e comprende attività molto diverse. Non ci sono soltanto i rapporti consegnati agli interlocutori ucraini: rientrano nella collaborazione anche le intercettazioni elettroniche, i dati satellitari, la formazione del personale, le operazioni condotte insieme e la fornitura di strumenti tecnologici destinati alla raccolta di informazioni.

Alcuni servizi possono essere interrotti con relativa facilità. Sipher cita, per esempio, sistemi come Starlink. Molto più difficile sarebbe invece fermare una rete fatta di funzionari inseriti nelle strutture alleate, scambi di materiale grezzo, analisi congiunte e rapporti personali sviluppati nel tempo. «Non esiste un interruttore per accendere e spegnere l’intelligence», ha spiegato l’ex agente.

La stessa dinamica riguarda i rapporti con il Regno Unito, dove personale dei servizi americani opera all’interno delle agenzie britanniche. Informazioni e operazioni vengono condivise quotidianamente: per questo una sospensione totale non coinciderebbe con una semplice decisione amministrativa, ma avrebbe conseguenze sull’intero sistema di cooperazione.


Kiev serve anche a Washington

Sipher sostiene che l’Ucraina non sia soltanto una destinataria dell’aiuto americano. Le sue forze armate e i suoi apparati informativi hanno accumulato esperienza diretta nella guerra contro la Russia, offrendo agli Stati Uniti elementi utili per comprendere gli attacchi informatici e le nuove forme di conflitto ibrido.

Da qui la sua critica alla minaccia di interrompere la condivisione. «Se Trump “spegnesse” davvero l’intelligence ucraina, danneggerebbe anche gli Stati Uniti», ha affermato. Il valore della collaborazione, secondo Sipher, deriva anche dalle informazioni che Washington riceve dai propri alleati, Ucraina compresa.

Nel passato, le divergenze politiche non hanno normalmente cancellato i canali operativi. Le amministrazioni potevano cambiare priorità, come accadde con Barack Obama e il maggiore orientamento verso l’Asia, ma i rapporti costruiti dagli agenti sul campo continuavano. Una riduzione selettiva poteva verificarsi quando un dossier era particolarmente delicato o mancava piena fiducia nell’interlocutore; una rottura generalizzata, invece, apparteneva a uno scenario diverso, legato soprattutto alla fine delle relazioni diplomatiche.

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L’eccezione ucraina e il caso Trump

Prima del 2014, Washington guardava con cautela ai servizi ucraini per il timore di infiltrazioni russe. Dopo l’annessione della Crimea da parte di Mosca, Kiev allontanò numerosi esponenti del vecchio apparato e gli Stati Uniti iniziarono a puntare su unità considerate più affidabili. La fiducia crebbe gradualmente e, con essa, anche la quantità di informazioni scambiate.

Sipher ricorda che situazioni analoghe, seppure su singoli temi, hanno riguardato altri alleati. Con la Germania, per esempio, la cooperazione era possibile sul terrorismo, mentre risultava più limitata quando entravano in gioco questioni sensibili legate alla Russia. Per l’ex agente, tuttavia, queste cautele rientravano nella normale gestione dei rapporti tra servizi.

A suo giudizio, la differenza dell’attuale presidenza americana sta nel rapporto con l’apparato statale. I presidenti precedenti si affidavano al Consiglio per la Sicurezza nazionale per trasformare gli indirizzi politici in istruzioni operative destinate alle varie agenzie. Trump, invece, avrebbe indebolito quel meccanismo, sostituendo figure di coordinamento e scegliendo dirigenti accusati da Sipher di non valorizzare le competenze interne.


Un precedente che Sipher non ricorda

Nel corso dei suoi 28 anni nella Cia, Sipher dice di non aver mai visto interrompere la condivisione dell’intelligence per motivi esclusivamente politici. Anche durante fasi di tensione tra gli Stati Uniti e gli alleati dell’alleanza dei Five Eyes, eventuali richieste di limitare gli scambi venivano contrastate dagli specialisti, che consideravano i canali informativi troppo importanti per essere usati come strumento di pressione.

L’ex agente distingue tra il giudizio professionale e la scelta politica. Gli analisti devono fornire informazioni il più possibile accurate; spetta poi al presidente, al potere esecutivo e al Dipartimento di Stato decidere. È normale che una decisione finale non segua le valutazioni dei servizi, ma Sipher considera inedito il discredito sistematico dei professionisti e l’idea che le scelte possano dipendere da impulsi personali.

Nella lettura dei servizi russi, infine, una frattura tra Washington e Kiev avrebbe un valore strategico evidente. Mosca cerca da sempre di separare gli Stati Uniti dall’Europa e di sfruttare ogni crepa tra gli alleati: per questo, secondo Sipher, un indebolimento della cooperazione transatlantica costituirebbe una notizia favorevole per Vladimir Putin.

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