Josephine Ariel Lettera critica l’analfabetismo storico su Israele
In un intervento sui social, l’autrice contesta le letture militanti del conflitto e richiama diritto, storia e finanziamenti universitari
Josephine Ariel Lettera ha pubblicato un lungo intervento dedicato alla diffusione dell’antisemitismo e alle letture del conflitto israelo-palestinese.
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Il diritto usato come argomento politico
Secondo Lettera, una parte del fronte militante replica alle contestazioni con formule già confezionate. Tra queste c’è l’accusa di negare ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione: l’autrice richiama il voto sulla spartizione del 1947, gli accordi di Oslo e il ritiro israeliano da Gaza nel 2005, sostenendo che il rifiuto di varie proposte avrebbe mostrato un obiettivo diverso dalla creazione di due Stati.
Nel suo ragionamento, anche il richiamo alle decisioni dell’Onu sarebbe spesso usato in modo improprio. Lettera distingue infatti tra i pronunciamenti politici dell’Assemblea generale e le sentenze degli organi giudiziari. Contesta inoltre l’idea che la proporzionalità prevista dal diritto bellico coincida con il semplice confronto numerico tra vittime e, sul genocidio, ricorda la necessità di dimostrare una specifica intenzione distruttiva.
L’autrice respinge poi l’accusa di islamofobia rivolta a chi critica il conformismo dei gruppi radicali. A suo giudizio, una simile denuncia difenderebbe anche musulmani laici, riformatori e dissidenti. Quando il diritto internazionale viene trasformato in uno strumento di pressione politica, scrive Lettera, si entra nel terreno della «lawfare».
Le letture contestate
Il post sostiene che nelle università occidentali si sarebbe affermato, dagli anni Settanta, un sistema ideologico capace di sostituire l’analisi delle fonti con interpretazioni presentate come indiscutibili. La formazione di molti giovani, secondo questa tesi, partirebbe da conoscenze limitate agli slogan dei cortei e alle discussioni dei collettivi.
Lettera indica tra i riferimenti più influenti “I dannati della terra” di Frantz Fanon, “Orientalismo” di Edward Said e i lavori di Patrick Wolfe e Lorenzo Veracini. A suo parere, queste opere avrebbero favorito una lettura nella quale la violenza dei colonizzati assume un valore liberatorio, l’accusa di colonialismo precede l’esame dei fatti e categorie come apartheid o genocidio diventano conclusioni già stabilite.
Nel testo viene citata anche Judith Butler, che nel 2006 aveva definito Hamas e Hezbollah movimenti progressisti della sinistra mondiale, salvo poi ritrattare quelle dichiarazioni. Lettera considera quella posizione un passaggio che avrebbe avvicinato femminismo e movimenti per i diritti delle persone omosessuali a organizzazioni accusate di perseguitare gli omosessuali e limitare la libertà delle donne.
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Finanziamenti e memoria storica
Per spiegare la diffusione di determinate categorie, l’autrice invita a esaminare l’origine delle risorse destinate ai campus. Richiamando studi dell’ISGAP e rapporti del Dipartimento dell’Educazione degli Stati Uniti, sostiene che negli ultimi vent’anni il Qatar, anche attraverso la Qatar Foundation, sarebbe stato il principale finanziatore straniero delle università occidentali.
Secondo la ricostruzione proposta, il sostegno avrebbe riguardato cattedre, centri di ricerca sul mondo islamico e sul Medio Oriente e borse di studio. Lettera attribuisce a Doha l’intento di presentare l’islamismo politico come un movimento di emancipazione, nonostante i legami con i Fratelli Musulmani e l’accoglienza riservata ai vertici di Hamas. Nel suo racconto, il messaggio cambierebbe tono a seconda del pubblico: predicazione radicale in arabo e linguaggio legato alle identità e alle discriminazioni in inglese.
Il post richiama infine aspetti storici che, a suo giudizio, sarebbero trascurati. Tra questi cita l’espansione arabo-islamica iniziata nel VII secolo, la condizione dei dhimmi e il pagamento della jizya, oltre alla fuga di oltre 850.000 ebrei dai Paesi arabi. Vengono menzionati anche l’influenza iraniana su Beirut, Damasco, Baghdad e Sana’a e quella che Lettera definisce una forma di paternalismo verso le popolazioni mediorientali, descritte come incapaci di compiere scelte politiche autonome.
La parola resistenza
Una parte centrale dell’intervento riguarda l’uso del termine «resistenza» dopo il 7 ottobre. Lettera afferma che, mentre Israele non aveva ancora iniziato i bombardamenti su Gaza, alcune reti studentesche, tra cui SJP, avevano diffuso comunicati coordinati senza condannare il massacro.
A suo giudizio, quella definizione avrebbe richiamato l’immaginario antifascista e attenuato la reazione morale dell’opinione pubblica. Le vittime del festival musicale e dei kibbutz sarebbero state così rappresentate come occupanti fascisti, rendendo accettabile la loro uccisione.
L’autrice contesta anche la spiegazione secondo cui il sostegno a Hamas deriverebbe soltanto dalla disperazione economica. Nel post vengono ricordate le celebrazioni registrate al Cairo, ad Amman e in alcuni Paesi del Golfo, oltre alle manifestazioni di giovani musulmani di seconda e terza generazione a Londra, Berlino e Milano.
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