Israelo-palestinesi al voto, rabbia contro Netanyahu e sfiducia
Ad Haifa l’affluenza araba potrebbe arrivare al 70%, ma molti elettori dubitano del peso nella prossima Knesset.
Gli israelo-palestinesi si preparano a votare in massa alle elezioni del 27 ottobre, soprattutto per fermare Benjamin Netanyahu e Itamar Ben-Gvir. La partecipazione potrebbe raggiungere il 70%, ma resta forte il dubbio sulla capacità dei partiti arabi di rappresentare davvero la comunità nella nuova Knesset.
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Tra disillusione e problemi quotidiani
Ad Haifa c’è anche chi considera il voto lontano dalle proprie urgenze. Un commerciante di telefonia, con una vistosa stella di David al collo, liquida la campagna con parole nette: «Al diavolo le elezioni, adesso ho problemi a casa». Nel negozio accanto, il gestore guarda soprattutto alla situazione economica e teme una crisi già dal 28 ottobre.
Osama, che lavora in una gelateria di Silkin Street, sceglierà invece la Joint List, ma senza entusiasmo. «La voterò perché non abbiamo alternative», dice. Medico laureato e originario del villaggio cristiano di Eliabun, ha finito per lavorare da Boza, catena nata nel kibbutz progressista di Sasa e gestita da un responsabile ebreo e uno palestinese.
Le critiche alla rappresentanza
Osama mostra su Instagram un intervento del cugino Hanna Swaid, già deputato della Joint List. Non condivide l’idea che nella prossima legislatura i parlamentari arabi possano fare poco: secondo lui alla comunità servono risultati concreti, non soltanto disponibilità dichiarate.
Pochi giorni prima, nel quartiere, era comparso anche Bezalel Smotrich, entrato nella sinagoga vicina alla gelateria. Al momento dell’uscita alcuni presenti lo hanno fischiato. Netanyahu, racconta Osama, non è mai passato da quelle strade; la destra radicale, però, è ben visibile anche a Haifa.
La campagna nel centro storico
Nel quartiere antico, una domenica mattina, Ahmad fuma seduto sul bordo della sua frutteria tra via Wadi e via Hadad. I negozi sono chiusi e l’aria condizionata del locale, impostata intorno ai 17 gradi, arriva fino alle cassette di arance esposte all’ingresso.
La pausa domenicale non coincide necessariamente con il sabato ebraico o con il venerdì musulmano. È una consuetudine del centro storico, nella zona in cui nel 1948 fu concentrata la parte superstite della comunità palestinese dopo la Nakba.
Poco dopo arriva Oren per comprare una cassa d’acqua destinata alla sede del partito comunista e della Joint List, al piano superiore di un edificio vicino. Qui i militanti preparano gli ultimi volantini, ordinano elenchi con nomi, numeri e indirizzi e organizzano le attività consentite fino alla chiusura della campagna.
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Il voto arabo e le sue priorità
Reem, quarantenne con accento americano e responsabile della sezione, coordina Gaja e Saar, entrambi ventenni e alla prima elezione nazionale. Il partito, spiega, mantiene una natura arabo-ebraica e internazionalista; tra i sostenitori ci sono anche israeliani ebrei favorevoli alla pace e alla fine dell’occupazione.
Alle pareti compaiono i ritratti di Lenin e Marx, accanto a una bandiera palestinese che viene spostata per lasciare in evidenza il simbolo storico del partito. Reem descrive una comunità esasperata dalle politiche del governo Netanyahu e collega guerra, occupazione, costo della vita e demolizioni delle abitazioni palestinesi.
Ad Haifa, alle precedenti elezioni, le formazioni della sinistra avevano raccolto complessivamente quasi il 60%, mentre i partiti oggi riuniti nella Lista Unita avevano superato il 10%. La partecipazione araba, però, in genere rimaneva sotto il 55%; per il 27 ottobre le stime locali indicano un possibile balzo al 70% o oltre.
Criminalità, Gaza e discriminazione
Anche Ra’am, formazione islamica conservatrice guidata dall’imam Mansour Abbas, punta a intercettare il voto arabo, con particolare attenzione alle comunità rurali. I cittadini palestinesi con diritto di voto sono 1,2 milioni su una popolazione di circa due milioni: una componente numerosa, finora rimasta fuori dai governi israeliani.
Mustafa Shalaata, giornalista di Radio Al Shams, prevede una partecipazione elevata e uno spostamento degli elettori verso i partiti percepiti come più vicini alla comunità palestinese, a scapito delle forze ebraiche di sinistra. A suo giudizio, le priorità sono la criminalità organizzata, la guerra a Gaza con l’occupazione e la discriminazione nell’accesso alle case.
Haifa resta una città mista a maggioranza ebraica, diversa da Nazareth e Umm al-Fahm, dove la Joint List è più radicata. La presenza palestinese è antica e consistente, ma Reem respinge l’immagine di una convivenza ormai risolta: la città ha mantenuto la propria coesione dopo il 7 ottobre, senza però cancellare le disuguaglianze.
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