Israele, i partiti arabi chiedono parità nazionale
Il sostegno dei 19 deputati può cambiare gli equilibri parlamentari, ma l’opposizione è divisa sulle condizioni poste
I partiti arabi israeliani chiedono piena uguaglianza civile e il riconoscimento dei palestinesi cittadini di Israele come comunità nazionale. La loro posizione va oltre la possibile sostituzione del governo di Benjamin Netanyahu.
GioiaPura
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La linea pragmatica di Ra’am
Ra’am segue una strategia distinta rispetto alla Lista Comune. Il partito islamico guidato da Mansour Abbas ha già dimostrato di essere disposto a collaborare con forze ebraiche nazionaliste, se questo consente di ottenere risorse e maggiore influenza per la popolazione araba.
Nel 2021 la formazione è stata la prima lista araba autonoma a sostenere un esecutivo israeliano, quello composto da Naftali Bennett e Yair Lapid. Ra’am deriva dalla componente del Movimento islamico israeliano che nel 1996 decise di partecipare alle elezioni, separandosi dall’ala più radicale, poi dichiarata illegale nel 2015. Il pragmatismo parlamentare non ha però cancellato l’impronta ideologica originaria.
Le richieste che dividono l’opposizione
Un eventuale ritorno dei profughi palestinesi e dei loro discendenti potrebbe incidere anche sulla composizione demografica del Paese. Un trasferimento su vasta scala rafforzerebbe il peso della popolazione araba, fino a poterla rendere maggioritaria, con conseguenze sugli equilibri elettorali.
La prospettiva è respinta soprattutto da Potere Ebraico di Itamar Ben-Gvir, Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich e Likud, il partito di Netanyahu. La difesa della natura nazionale ebraica di Israele è tuttavia sostenuta anche da Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman e da Yashar, la formazione guidata da Gadi Eisenkot, pur schierati contro l’attuale primo ministro.
Numeri e condizioni per il governo
Alla Knesset il blocco di Netanyahu conta 53 seggi su 120, mentre l’area guidata da Eisenkot ne controlla 48. I 19 parlamentari arabi eletti nella Lista Comune e in Ra’am potrebbero quindi risultare decisivi per raggiungere il numero necessario a formare una maggioranza.
L’accordo incontra però l’opposizione di Lieberman, ex ministro della Difesa e leader della destra nazionalista, contrario a un esecutivo che dipenda dai voti dei partiti arabi. Eisenkot ha inoltre indicato quattro condizioni, tra cui il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e democratico e la classificazione di Hamas come organizzazione terroristica. La Lista Comune le ha respinte nel loro complesso.
Uguaglianza civile e identità nazionale
Secondo la Lista Comune, la parità nell’accesso ai servizi pubblici e alle opportunità economiche non risolverebbe la questione principale. I palestinesi con cittadinanza israeliana partecipano alla vita politica come singoli cittadini, ma non sono riconosciuti come soggetto nazionale con un ruolo nella definizione dell’identità dello Stato.
L’alleanza chiede perciò l’abrogazione della norma costituzionale approvata nel 2018, che attribuisce al solo popolo ebraico il diritto di determinare il carattere nazionale di Israele. La proposta è sostituirla con un nuovo assetto costituzionale, nel quale ebrei e palestinesi possano concorrere alle decisioni sull’identità e sull’organizzazione del Paese.
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Il progetto della Lista Comune
La coalizione riunisce Hadash, formazione socialista aperta alla partecipazione di ebrei e arabi, Ta’al, partito laico concentrato sugli interessi della minoranza araba, e Balad, espressione del nazionalismo palestinese più ostile alla definizione ebraica dello Stato. Nel suo programma compaiono sia la completa uguaglianza tra cittadini sia il riconoscimento dei diritti nazionali dei palestinesi israeliani.
Questa impostazione ha precedenti nel documento diffuso nel dicembre 2006 dal Comitato nazionale dei capi delle autorità locali arabe israeliane. L’organismo, nato nel 1974 grazie a quindici sindaci arabi della Galilea e del Triangolo, aveva proposto un Paese condiviso dalle due principali comunità nazionali, con una partecipazione paritaria alle decisioni essenziali.
Le radici delle proposte
Il piano del 2006 si ispirava ai modelli di democrazia consensuale adottati in Stati divisi tra gruppi linguistici o nazionali, come il Belgio. Le decisioni più delicate avrebbero richiesto il consenso di entrambe le comunità, affiancando alla rappresentanza proporzionale strumenti di tutela reciproca.
Era prevista anche una rappresentanza araba eletta direttamente e una forma di autonomia nel settore dell’istruzione, ritenuto essenziale per la conservazione della lingua e della memoria storica. Yousef Jabareen, oggi alla guida della Lista Comune, collaborò alla parte giuridica del documento; Bakr Awawdeh, quarto candidato della lista eletta alla Knesset, partecipò alla redazione.
Ritorno dei profughi e confini
La Lista Comune collega la trasformazione dell’ordinamento alla questione dell’immigrazione. La Legge del ritorno consente agli ebrei residenti all’estero e ad alcuni loro familiari di trasferirsi in Israele e ottenere la cittadinanza, contribuendo a preservare la maggioranza ebraica garantita fin dalla nascita dello Stato nel 1948.
I partiti arabi chiedono invece di estendere la possibilità di rientro ai palestinesi costretti a lasciare le proprie case durante la guerra del 1948 e ai loro discendenti, sulla base di un richiamo a una decisione delle Nazioni Unite. La stessa alleanza sostiene la creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele, lungo le linee precedenti al conflitto del 1967.
Uno studio di Ido Shacham, intitolato in italiano «Uguaglianza civile o trasformazione della sovranità? Gli obiettivi nazionali dei partiti arabi israeliani e il significato delle elezioni del 2026», ricostruisce la continuità tra le rivendicazioni elaborate negli ultimi vent’anni e i programmi delle formazioni oggi rappresentate alla Knesset.
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