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Attualità 4 min di lettura14 min fa

Israele al voto, ma il premier non è ancora deciso: cosa succede dopo

Il 27 ottobre gli elettori sceglieranno la nuova Knesset, ma la guida del governo dipenderà da alleanze, consultazioni e possibili nuove elezioni.

I 120 eletti della 26esima Knesset entreranno ufficialmente in carica 14 giorni dopo il voto del 27 ottobre. Potranno iniziare a lavorare anche senza un nuovo esecutivo e senza un premier appena nominato, mentre Benjamin Netanyahu e il suo governo resteranno in funzione con poteri provvisori.

La legislatura, però, rischierà di concludersi in tempi brevi se nessun candidato riuscirà a costruire una maggioranza. In quel caso si tornerebbe alle urne, dando vita a un nuovo ciclo elettorale della durata prevista di 90 giorni.

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La maggioranza può ancora sfuggire

Il primo tentativo di formare il governo spetterà al candidato scelto dal presidente Isaac Herzog, ma il percorso potrebbe non fermarsi alla sua nomina. Se il primo incaricato fallirà, Herzog avrà tre giorni per affidare l’incarico a un altro deputato della Knesset, che disporrà di 28 giorni senza poter ottenere l'estensione di 14 giorni prevista per il primo tentativo.

Esiste poi una terza possibilità: entro 21 giorni, 61 parlamentari potranno indicare al presidente un altro membro della Knesset ritenuto capace di raccogliere i consensi necessari. Herzog dovrà pronunciarsi entro due giorni e, in caso di esito positivo, il nuovo incaricato avrà 14 giorni per presentare una coalizione da sottoporre al voto dell'assemblea.

Se nessuno presenterà una richiesta valida oppure anche quest'ultimo candidato non riuscirà nel suo compito, il Parlamento verrà sciolto. A quel punto Israele sarà chiamato a ripetere le elezioni.


Il ruolo decisivo di Herzog

La scelta del presidente arriverà entro sette giorni dalla certificazione ufficiale dei risultati. Herzog ascolterà i rappresentanti di tutti i partiti e valuterà quale deputato abbia le probabilità più concrete di mettere insieme un esecutivo, anche se il suo partito non sarà quello con più voti.

L'incaricato avrà 28 giorni per raggiungere l'intesa, con la facoltà di chiedere altri 14 giorni. Durante le trattative potrà offrire ministeri e altri ruoli, ma la composizione della coalizione resterà complessa: alcune forze rifiutano di collaborare tra loro oppure pongono condizioni rigide su specifici temi politici.

Per ottenere il via libera definitivo, il governo dovrà ricevere l'approvazione della maggioranza dei deputati presenti alla votazione. Non è quindi indispensabile che la coalizione disponga in ogni momento di 61 seggi propri.


Cosa troveranno gli elettori

Il voto è fissato per martedì 27 ottobre. I seggi saranno aperti dalle 7 alle 22 in Israele, cioè dalle 8 alle 23 secondo l'ora italiana. Gli aventi diritto sono circa 7.331.981, il 71,15% su una popolazione complessiva di 10.305.000 persone.

Nel 2022 gli elettori registrati erano 6.788.804, pari al 70,31% dei 9.656.000 abitanti di allora. In quell'occasione si recarono alle urne 4.794.593 persone, cioè il 70,63% degli aventi diritto, confermando una partecipazione generalmente elevata.

La scheda non indica direttamente il nome del primo ministro: si sceglie una lista. I partiti arrivano al voto con i propri candidati, selezionati attraverso primarie oppure indicati dalla leadership, e il numero dei seggi ottenuti dipende dalla quota di consensi raccolta.

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La soglia che può cambiare tutto

Per conquistare una rappresentanza alla Knesset serve almeno il 3,25% dei voti, una percentuale che corrisponde a circa quattro seggi. Dei 37 partiti registrati, secondo le rilevazioni disponibili, soltanto 10 avrebbero possibilità concrete di superare il limite.

Questa regola rende strategica la scelta degli elettori: sostenere una lista sicura significa aumentare le probabilità che il voto produca una rappresentanza, mentre puntare su una formazione destinata a restare sotto soglia può lasciare quel consenso senza effetti parlamentari.

Il partito più votato non ottiene automaticamente la guida dell'esecutivo. Il suo leader parte spesso avvantaggiato, ma qualsiasi dirigente di una lista entrata in Parlamento può aspirare alla premiership se riesce a raccogliere abbastanza alleati.


Netanyahu cerca un altro mandato

Benjamin Netanyahu, leader del Likud e attuale primo ministro, punta a conservare l'incarico. I sondaggi indicano però Yashar, formazione guidata dall'ex capo di Stato Maggiore delle Idf Gadi Eisenkot, come possibile lista con il maggior numero di seggi.

Il quadro non è quello di una sfida tra due soli partiti. Le previsioni suggeriscono che né il blocco vicino a Netanyahu, formato da forze di destra e ultraortodosse, né quello che sostiene Eisenkot raggiungeranno da soli quota 61.

L'esito potrebbe dunque dipendere da partiti piccoli ancora in bilico sulla soglia e dalle formazioni arabe, che i partiti sionisti solitamente non includono nei propri governi. Nel 2021-2022 Naftali Bennett aveva inserito nella coalizione un partito arabo, senza però affidare ministeri ai suoi esponenti; tra il 1993 e il 1996, invece, i governi di Yitzhak Rabin e Shimon Peres governarono grazie all'appoggio esterno di partiti arabi.


Dalle ideologie alla sfida personale

In passato le alleanze parlamentari erano costruite soprattutto attorno a posizioni condivise sul conflitto israelo-palestinese, sul welfare e sul rapporto tra religione e politica. La lunga permanenza di Netanyahu alla guida del governo ha però spostato il baricentro delle campagne elettorali.

Oggi la contrapposizione tra favorevoli e contrari a Netanyahu pesa spesso più delle tradizionali divisioni tra destra e sinistra. Questo ha reso possibili intese tra partiti che, su altri temi, sarebbero difficilmente compatibili.

Dalla nascita di Israele, nel 1948, si sono alternati 14 primi ministri e 25 parlamenti. Il voto del 27 ottobre stabilirà la composizione della 26esima Knesset; soltanto in seguito, attraverso le consultazioni e le trattative tra i partiti, si capirà chi potrà guidare il prossimo governo.

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