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Attualità 4 min di lettura9 min fa

Israele al voto: il premier dipenderà dalle alleanze

Netanyahu ed Eisenkot partono da posizioni opposte, ma nessuno dei due sembra in grado di raggiungere da solo la soglia necessaria per governare.

Mansour Abbas potrebbe tornare a essere decisivo nella formazione del prossimo governo israeliano. Il deputato arabo-palestinese guida Ra'am, forza che nel 2021 è diventata il primo partito arabo a sostenere una coalizione di governo, puntando su temi concreti per le comunità arabe, come il contrasto alla criminalità, più che sul conflitto israelo-palestinese.

La sua strategia mira a rafforzare la presenza del partito nella Knesset e a renderlo interlocutore di possibili alleati. In questa direzione va anche la scelta di candidare al secondo posto della lista Yoav Segalovitz, ex comandante di polizia e politico ebreo di area centrista. Abbas, 52 anni, è membro della Knesset dal 2019 e di professione è dentista.

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Abbas e Ben-Gvir, due pesi decisivi

Sul fronte opposto si colloca Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e figura di spicco dell’estrema destra. Cinquantenne, guida Otzma Yehudit, formazione ultranazionalista che, dopo il risultato ottenuto alle ultime elezioni, ha contribuito a spostare ulteriormente verso destra la coalizione di Netanyahu.

Avvocato, Ben-Gvir si è fatto conoscere per aver difeso militanti ebrei radicali accusati di violenze contro i palestinesi. In passato ha rifiutato il servizio militare per le sue posizioni estremiste ed è stato vicino al rabbino Meir Kahane, sostenitore dell’espulsione dei palestinesi da Israele, Gaza e Cisgiordania. A suo carico figurano diverse condanne, compresa una per il sostegno a un’organizzazione terroristica.

Il ministro ha inoltre prospettato un piano di emigrazione definita “volontaria” per circa 2 milioni di palestinesi dalla Striscia di Gaza e ha sostenuto il ritorno degli insediamenti ebraici nell’enclave. La Procura di Roma lo sta anche esaminando in relazione alle accuse di abusi e trattamenti degradanti rivolte dagli attivisti italiani della Sumud Flotilla, fermati nel maggio 2026 in acque internazionali e trasferiti in Israele.


La partita tra moderazione e destra

Naftali Bennett rappresenta un’altra possibile figura centrale nei negoziati successivi al voto. Ex primo ministro, 54 anni, è alla guida di Beyachad, lista comune con il centrista Yair Lapid, e mantiene posizioni contrarie alla nascita di uno Stato palestinese e favorevoli agli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Prima dell’ingresso nella Knesset, avvenuto nel 2013, Bennett aveva lavorato come capo di gabinetto di Netanyahu e aveva guidato il Consiglio di Yesha, organismo che riunisce le autorità locali degli insediamenti. Il suo partito Yamina aveva conquistato sette seggi alle precedenti elezioni, abbastanza per consentirgli di costruire una maggioranza con forze di sinistra e arabe. Nel 2021 Bennett è stato primo ministro per un periodo breve, nell’ambito di un accordo di rotazione con Lapid.

Pur condividendo con Netanyahu una linea rigida verso i palestinesi, Bennett si è distinto dal premier sia sulla conduzione della sicurezza sia sulla contrapposizione con il sistema giudiziario israeliano. La sua posizione potrebbe quindi risultare utile in eventuali trattative per una maggioranza alternativa.


Netanyahu cerca un altro mandato

Benjamin Netanyahu resta comunque il nome più noto e influente della competizione. A 77 anni è il premier israeliano con la permanenza più lunga alla guida del governo e continua a dirigere il Likud dopo aver attraversato conflitti, crisi politiche, vicende giudiziarie e l’attacco del 7 ottobre 2023, il più letale nella storia recente del Paese.

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I suoi sostenitori gli riconoscono risultati sul piano economico e della sicurezza, oltre al rapporto stretto con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che lo ha sostenuto. Gli avversari, al contrario, gli imputano le carenze politiche e di sicurezza che avrebbero preceduto l’attacco del 7 ottobre e criticano la gestione dei conflitti successivi, dall’Iran al Libano fino allo Yemen.

Nel 2024 la Corte penale internazionale, insignita del Premio Sakharov alla vigilia delle elezioni israeliane, ha emesso un mandato di arresto contro Netanyahu per presunti crimini di guerra e contro l’umanità. Il primo ministro deve inoltre affrontare un procedimento giudiziario avviato da anni, nel quale è accusato di frode, abuso d’ufficio e accettazione di tangenti. Netanyahu respinge tutte le accuse.


Eisenkot punta alla svolta

L’alternativa principale è Gadi Eisenkot, 66 anni, ex capo di Stato Maggiore delle Forze di difesa israeliane e oggi alla guida del partito centrista Yashar. Nato in una famiglia operaia di immigrati ebrei marocchini, ha trascorso circa quattro decenni nell’esercito prima di raggiungerne il vertice.

La sua vicenda personale è stata segnata dalla morte del figlio Gal, caduto a 25 anni combattendo nella Striscia di Gaza dopo gli attacchi del 7 ottobre. Anche due nipoti di Eisenkot sono rimasti uccisi. L’ex generale aveva partecipato come osservatore al gabinetto di guerra di Netanyahu, ma dopo otto mesi si è dimesso, accusando il governo di non disporre di una strategia definita.

Da allora Eisenkot si è presentato come alternativa moderata al primo ministro, senza abbandonare una posizione severa sulla sicurezza. Gli viene attribuita l’elaborazione della cosiddetta “Dottrina Dahiyeh”, che contempla l’impiego di una forza sproporzionata nelle aree da cui partono gli attacchi dei militanti.


Il voto senza maggioranza certa

Le elezioni parlamentari sono fissate per il 27 ottobre. I sondaggi indicano che né il blocco di Netanyahu né quello riconducibile a Eisenkot dovrebbe raggiungere autonomamente i 61 seggi necessari per controllare la Knesset.

Il risultato più probabile è dunque una fase di negoziati tra partiti diversi. Se riuscisse a costruire una coalizione, Eisenkot diventerebbe il primo premier israeliano di origine mizrahi: una definizione riferita agli ebrei provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente, comunità che in passato hanno subito discriminazioni da parte delle élite di origine europea.

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