Israele al voto, il vero duello è con Trump: cosa può cambiare
Il 27 ottobre gli israeliani rinnoveranno la Knesset, ma la guerra a Gaza resta ai margini della campagna mentre pesano crisi interna e rapporti con Washington.
A tre anni dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Israele si prepara a una consultazione destinata a misurare soprattutto la tenuta politica di Benjamin Netanyahu. Il voto del 27 ottobre arriva mentre Gaza vive una tregua fragile, il fronte libanese rimane aperto e il rapporto con Donald Trump alimenta nuove critiche contro il premier.
Secondo Matteo Colombo, ricercatore di Clingendael e associato Ispi, l’esito è tutt’altro che deciso: «Netanyahu è bravo a recuperare». I sondaggi attribuiscono al momento un lieve vantaggio alle forze contrarie all’attuale coalizione, ma la formazione di una maggioranza alternativa appare complessa.
Trump pesa più della questione palestinese
La campagna elettorale si concentra su temi interni: il servizio militare degli ortodossi, l’inflazione, il costo delle abitazioni, la corruzione e la sicurezza. La guerra a Gaza e il futuro dei territori palestinesi, invece, non occupano lo spazio che ci si potrebbe aspettare, perché su questi argomenti le divisioni tra i principali partiti non sono così profonde.
A incidere maggiormente sul consenso potrebbe essere il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. L’opposizione accusa Netanyahu di non avere gestito bene il legame con Trump e di avere contribuito all’isolamento internazionale di Israele. Le critiche riguardano anche le conseguenze economiche e diplomatiche: governi e istituzioni, secondo gli avversari del premier, sarebbero oggi più prudenti nel mantenere o concludere accordi con il Paese.
La guerra resta senza una soluzione politica
La fase più intensa dei combattimenti nella Striscia si è attenuata, ma non si può parlare di pace. Le forze israeliane mantengono il controllo di una parte del territorio, mentre manca ancora un’intesa politica sul futuro amministrativo di Gaza. Questa incertezza, unita alle condizioni della popolazione, continua ad avere pesanti ricadute umanitarie.
Anche il confine con il Libano rimane instabile. Israele ha cercato in più momenti di allontanare Hezbollah dal sud del Paese e ha occupato alcune aree con l’obiettivo di creare una fascia di protezione. Il movimento, oltre a essere un’organizzazione armata, è anche una forza politica storicamente vicina all’Iran, elemento che collega il dossier libanese alle tensioni regionali.
L’opposizione parte avanti, ma rischia
Le rilevazioni più recenti collocano davanti al Likud una coalizione di opposizione guidata da Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore dell’Idf. Il raggruppamento potrebbe puntare alla maggioranza dei 120 seggi della Knesset, ma per governare dovrebbe probabilmente cercare l’appoggio dei partiti arabi, che rappresentano una popolazione pari a circa il 15-20% del Paese. Una collaborazione di questo tipo sarebbe politicamente difficile.
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Un eventuale cambio della maggioranza potrebbe produrre effetti sul sistema giudiziario, sulla coscrizione degli ortodossi e sul peso dei gruppi più radicali, compresi alcuni coloni. Sul piano esterno, invece, il nuovo esecutivo potrebbe tentare di chiudere almeno uno dei fronti ancora aperti, con maggiori possibilità sul Libano rispetto alla questione palestinese.
Coscrizione e corruzione al centro
Il contrasto sul servizio militare è uno dei principali punti di scontro. Gli ortodossi che studiano la Torah per diversi anni beneficiano tradizionalmente dell’esenzione dalla leva; i partiti che chiedono di cancellarla ritengono ingiusto che una parte della popolazione non contribuisca alla difesa nazionale. Le formazioni religiose, alleate di Netanyahu, vogliono invece conservare il sistema attuale.
Alcuni di questi partiti sostengono anche l’espansione degli insediamenti, mentre la questione palestinese resta marginale nei programmi. Un altro elemento decisivo è il procedimento per corruzione che coinvolge Netanyahu: una mancata rielezione potrebbe esporre il premier al rischio del carcere.
Insediamenti, una svolta solo apparente
L’ordine di smantellare alcuni avamposti dei coloni in Cisgiordania viene letto da Colombo come un intervento soprattutto d’immagine. Da una parte vengono annunciati abbattimenti, dall’altra avanzano nuovi progetti edilizi: una contraddizione che riduce la portata concreta della decisione e sembra rivolgersi soprattutto all’opinione pubblica internazionale.
Per Netanyahu, però, intervenire davvero sulla colonizzazione è complicato. Tra i suoi sostenitori ci sono esponenti come Ben-Gvir, residente in uno degli insediamenti, e forze che difendono apertamente l’espansione territoriale. Lo stesso ostacolo, osserva l’analista, potrebbe pesare anche su un futuro governo diverso, mentre la soluzione dei due Stati non gode di un consenso ampio né tra i partiti né nell’opinione pubblica israeliana.
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