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Attualità 2 min di lettura46 min fa

Iran, il post che può costare la vita a Najmeh Amini

La studentessa di 23 anni è detenuta a Mashhad dopo due condanne: pena capitale per blasfemia e oltre 12 anni per accuse legate alla sicurezza nazionale.

«Non voglio fare la figura dell'eroina. Voglio solo che la mia voce sia ascoltata»: è il messaggio affidato a una registrazione audio diffusa dal carcere da Najmeh Amini, 23 anni. La studentessa iraniana ha raccontato di avere ancora sogni e di essere attesa dai genitori, che vivono ogni notte nel timore di perderla.

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L’appello lanciato dal carcere

Nel suo intervento, Amini ha chiesto alle Nazioni Unite, ai legali e alle organizzazioni per i diritti umani di esaminare la sua vicenda. La registrazione, resa pubblica il mese scorso, rappresenta una delle poche testimonianze disponibili sulle sue condizioni e sul procedimento a suo carico.

«Sono una ragazza innocente con tante speranze e sogni», ha affermato Amini nel messaggio. Ha poi descritto l'angoscia della famiglia, sostenendo che i genitori trasformano ogni notte in un'attesa interminabile per la paura di non rivederla.


Le accuse che pesano sulla studentessa

Secondo quanto riferito da una persona vicina alla famiglia a Human Rights Activists in Iran, la condanna capitale è stata pronunciata per “sab ol-nabi”, espressione che indica l'insulto al profeta. Amini si trova nel carcere di Vakilabad, a Mashhad, nel nord-est del Paese.

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Gli attivisti per i diritti umani che hanno denunciato il caso riferiscono inoltre di un secondo procedimento. In quella causa la giovane ha ricevuto una pena di 12 anni, sei mesi e un giorno per accuse di azioni contro la sicurezza nazionale e diffusione di propaganda contro il regime.


Arresto durante le proteste di gennaio

L'arresto risale alle manifestazioni nazionali di gennaio, represse dalle forze di sicurezza. In quel periodo, secondo le stime riportate dall'agenzia Hrana, collegata a Human Rights Activists in Iran, migliaia di persone sarebbero state uccise e oltre 50mila arrestate.

Il caso di Amini è quindi inserito nel più ampio contesto della repressione seguita alle proteste. La giovane, studentessa di contabilità, è stata giudicata dalle autorità religiose di Teheran in due processi distinti, dai quali sono scaturite sia la pena di morte sia la lunga condanna detentiva.

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