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Attualità 5 min di lettura14 ott

Intelligenza artificiale, il vero limite resta umano: cosa cambia per la sicurezza

L’AI accelera l’analisi delle informazioni, ma non sostituisce fonti, relazioni e controllo delle tecnologie strategiche, spiega l’analista Marco Santarelli.

La protezione dei brevetti e delle tecnologie strategiche è destinata a diventare una questione di sicurezza nazionale. Marco Santarelli, analista investigativo e consulente su terrorismo, sicurezza internazionale e intelligence, sostiene che non sia necessario frenare la ricerca, bensì individuare ciò che può produrre un vantaggio decisivo e difenderlo. «Non parlo di controllare la ricerca scientifica o di bloccare l’innovazione. Il problema è conoscere e proteggere ciò che ha un valore strategico», afferma nell’intervista.

Lo stesso principio vale per le infrastrutture digitali e per le piattaforme di intelligenza artificiale. La velocità con cui queste tecnologie arrivano sul mercato consente di utilizzarle per scopi legittimi, ma anche di sfruttarle contro aziende, istituzioni e settori sensibili. Per questo, secondo Santarelli, la valutazione non dovrebbe fermarsi alla proprietà di un’impresa: occorre esaminare anche l’origine delle tecnologie, la filiera e le dipendenze che possono creare.

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La tecnologia concentra il potere

Nel campo della sicurezza informatica, l’immagine dell’hacker solitario non basta più a descrivere la realtà. La crescente disponibilità di capacità di calcolo e di strumenti avanzati sta modificando gli equilibri economici del settore: chi dispone di risorse consistenti può sostenere operazioni molto più sofisticate, sia per attaccare sia per proteggere i sistemi.

Apparati pubblici, forze dell’ordine e infrastrutture essenziali, osserva l’analista, devono quindi conoscere con precisione gli strumenti che adottano e i vincoli tecnologici che ne derivano. In questa prospettiva, Santarelli richiama il rafforzamento del Golden Power, da applicare non soltanto agli assetti proprietari delle aziende, ma anche alle tecnologie realmente decisive per il Paese.

L’impiego non governato dei sistemi di intelligenza artificiale può inoltre esporre codici, segreti industriali e competenze riservate. Il rischio aumenta quando a utilizzarli sono imprese attive nella difesa, nell’energia o nelle telecomunicazioni, perché una perdita di informazioni può trasformarsi in una vulnerabilità di interesse nazionale.


L’AI accelera, ma non scopre tutto

L’intelligenza artificiale ha reso accessibili a un pubblico molto più ampio capacità che, fino a pochi anni fa, richiedevano analisti specializzati, programmi dedicati e tempi lunghi. Dai dati pubblici si possono ricavare profili, collegamenti tra persone e società, oltre a ricostruzioni di eventi con una rapidità impensabile nella prima fase dei social network.

Secondo Santarelli, però, il cambiamento più importante non riguarda soltanto la quantità dei dati raccolti. Il salto consiste nella possibilità di combinarli, individuare relazioni e costruire modelli complessi in tempi ridotti, spesso senza che l’utente percepisca pienamente il processo.

Questa evoluzione non coincide automaticamente con l’attività di spionaggio. L’analisi delle fonti aperte, la verifica aziendale e la ricostruzione di un profilo appartengono a categorie diverse rispetto allo spionaggio e al controspionaggio. Un sistema può descrivere le connessioni pubbliche di un’organizzazione, ma non stabilire se una persona sia stata inserita clandestinamente al suo interno per sottrarre un brevetto.


Le reti umane restano decisive

Per ottenere informazioni riservate servono ancora informatori, rapporti costruiti nel tempo e presenza sul territorio. La tecnologia può ordinare e confrontare ciò che è già disponibile, ma non sostituisce la conoscenza diretta di un ambiente, delle sue dinamiche e delle persone che lo frequentano.

È il motivo per cui Santarelli considera la componente umana ancora centrale, soprattutto quando l’obiettivo è capire cosa accade in un porto strategico, nei pressi di un cavo sottomarino o all’interno di un impianto industriale delicato. In quei contesti conta sapere chi si muove, quali relazioni intrattiene e per quale ragione si trova in quel luogo.

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Il rapporto tra strumenti automatici e reti informative umane non è quindi fondato sulla sostituzione. L’AI può servire a verificare, aggregare e controllare i dati; la raccolta attraverso le relazioni personali mantiene invece un ruolo essenziale quando le informazioni più importanti sono proprio quelle che qualcuno cerca di nascondere.


Quando i dati possono ingannare

L’aumento dei contenuti prodotti o modificati artificialmente rende più difficile distinguere un elemento autentico da una costruzione manipolata. Immagini, ricostruzioni e narrazioni possono essere alterate o orientate per sostenere una determinata versione dei fatti.

Per questa ragione, spiega l’analista, l’intelligence non può limitarsi a raccogliere ciò che circola in rete. Deve interrogarsi sulla provenienza del materiale, sulle modalità con cui è stato diffuso e sugli interessi di chi potrebbe trarre vantaggio dalla sua circolazione.

Anche il caso Anthropic e le dimissioni del ricercatore Jacob Coxon, secondo Santarelli, va osservato sotto questo profilo. Più che il solo contenuto della vicenda, lo ha colpito la sua dimensione comunicativa: l’uscita del ricercatore e la successiva ammissione dei rischi da parte dei vertici aziendali hanno contribuito a concentrare l’attenzione sui sistemi più avanzati. La sequenza, precisa, non dimostra una pianificazione, ma mostra quanto sia importante analizzare anche il racconto pubblico che accompagna una tecnologia.


L’Europa cerca una formula realistica

L’ipotesi di un servizio d’intelligence comune dell’Unione europea resta politicamente suggestiva, ma presenta ostacoli operativi rilevanti. Ogni apparato nazionale applica regole proprie per classificare i documenti, trasferire le informazioni e attribuire le responsabilità; coordinare ventisette sistemi renderebbe il problema ancora più complesso.

Il nodo principale, secondo Santarelli, non sarebbe l’apertura di un ufficio a Bruxelles, bensì la disponibilità concreta dei singoli Paesi a condividere fonti, reti operative e dati sensibili. La cooperazione tra servizi esiste già in diversi ambiti, ma centralizzare tutte le capacità nazionali richiederebbe un livello di fiducia politica che oggi non appare facilmente raggiungibile.

«L’intelligence vive anche di segreti che uno Stato considera propri», osserva Santarelli. Per il breve periodo ritiene quindi più praticabile una rete rafforzata tra i servizi nazionali, con scambi mirati su finanziamento del terrorismo, flussi finanziari transfrontalieri, criptovalute e minacce informatiche.


Più fiducia, meno centralizzazione

Un modello fondato su gruppi ristretti e obiettivi condivisi appare più concreto rispetto alla creazione immediata di una struttura unica. Alcuni servizi europei stanno già collaborando su dossier particolarmente delicati, inclusi quelli legati a Russia e Cina, ma secondo logiche selettive e sulla base di rapporti costruiti nel tempo.

Il riferimento ai Five Eyes mostra quanto la condivisione delle informazioni dipenda dalla fiducia politica, oltre che da procedure tecniche. Per Santarelli, l’Europa potrebbe quindi procedere attraverso cerchi di collaborazione e missioni comuni, evitando di imporre dall’alto un apparato centralizzato che gli Stati potrebbero non essere pronti a sostenere.

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