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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Inflazione, la partita nascosta dell’Irpef: fino a 12,7 miliardi

La mancata rivalutazione di scaglioni e detrazioni può aumentare le entrate pubbliche mentre Palazzo Chigi chiede all’Europa più margini di spesa.

Tra il 2026 e il 2027 l’inflazione potrebbe consegnare allo Stato un gettito aggiuntivo compreso tra 8,11 e 12,7 miliardi di euro. È l’effetto del drenaggio fiscale sull’Irpef, un meccanismo che il governo non ha citato nella lettera inviata a Ursula von der Leyen mentre chiedeva a Bruxelles maggiore flessibilità per affrontare la nuova crescita dei prezzi.


Il conto nascosto dell’inflazione

Quando aliquote, scaglioni e detrazioni restano fermi, l’aumento nominale degli stipendi può spingere i contribuenti verso una tassazione più elevata anche senza un reale miglioramento del loro potere d’acquisto. In questo modo lavoratori e pensionati versano più imposte pur avendo redditi reali invariati o persino ridotti.

Secondo le elaborazioni degli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, il fenomeno potrebbe valere almeno 8,11 miliardi nel biennio 2026-2027. Nello scenario più sfavorevole si arriverebbe a 12,7 miliardi; rispetto a un andamento dei prezzi considerato ordinario, pari al 2%, l’incremento delle entrate sarebbe di almeno 3,4 miliardi. Con un’inflazione cumulata oltre l’8%, il maggior incasso si attesterebbe attorno agli 8 miliardi.


Perché Roma può usare quelle entrate

Alberto Zanardi, ordinario di Scienza delle Finanze a Bologna ed ex componente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, spiega che le regole europee assumono una rivalutazione completa dell’Irpef in linea con l’inflazione. «Se questo adeguamento non si realizza, le maggiori entrate diventano una scelta discrezionale, come se derivassero da un aumento delle aliquote», ha osservato.

Di conseguenza, l’esecutivo può decidere liberamente come impiegare quelle risorse. Il meccanismo ha già avuto un ruolo nei conti del 2026: la relazione tecnica sul disegno di legge di assestamento, diventato legge il 18 settembre, ha indicato nel maggior gettito Irpef la copertura del peggioramento da 1,8 miliardi prodotto dalle variazioni di bilancio. Il risultato è stato il ritorno della spesa netta sotto il tetto dell’1,6% previsto dal Piano strutturale di bilancio.


La compensazione resta parziale

La questione si inserisce nella richiesta avanzata da Giorgia Meloni alla Commissione europea. Nella missiva di giovedì, la presidente del Consiglio ha chiesto di riconoscere la ripresa dell’inflazione come un elemento capace di aumentare automaticamente la spesa pubblica e di consentire l’uso delle maggiori entrate provenienti da Iva e accise per sostenere famiglie e imprese. Del drenaggio sull’Irpef, però, non viene fatta menzione.

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Tra il 2022 e il 2024, dopo l’impennata dei prezzi seguita all’invasione russa dell’Ucraina, il prelievo aggiuntivo a carico di lavoratori e pensionati è stato stimato in 25 miliardi. Gli interventi fiscali adottati in quel periodo, compresa la riduzione del cuneo poi trasformata in un assegno, hanno compensato il fenomeno soltanto per chi dichiarava meno di 35mila euro lordi annui.

«Ai redditi più bassi è stato restituito qualcosa, con un evidente vantaggio sul piano del consenso, ma non è stata introdotta una rivalutazione automatica per tutti», ha detto Zanardi. Secondo l’economista, le riduzioni fiscali mirate hanno inoltre prodotto minori entrate considerate anch’esse discrezionali, riducendo così gli spazi disponibili per il bilancio.


La prossima manovra non cambia rotta

Il paradosso è che queste compensazioni non hanno ridotto la pressione fiscale complessiva. Al contrario, in base al Documento programmatico di finanza pubblica, quest’anno il peso delle imposte raggiungerà il 48,5%, il livello più alto da oltre dieci anni.

In vista della legge di Bilancio, una delle proposte sostenute da più parti punta a innalzare da 50mila a 60mila euro il limite dello scaglione soggetto all’aliquota intermedia del 33%. Sarebbe però un rimedio circoscritto. La rivalutazione integrale di scaglioni e detrazioni, richiesta da anni dalla Cgil, sembra destinata a restare un compito per il prossimo governo.

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