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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

In Israele otto seggi ai Democratici, 11 alla Lista Unita

I Democratici conquistano otto seggi, la Lista Unita ne ottiene 11: resta aperto il nodo dei partiti arabi

Le elezioni israeliane del 27 ottobre hanno riportato in Parlamento la sinistra sionista, ma senza ricomporre la frattura sulla questione palestinese.

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Due sinistre, due priorità

I Democratici, formazione nata nel 2024 dall’intesa tra laburisti e Meretz, hanno ottenuto otto seggi. La loro campagna si è concentrata sulla difesa delle istituzioni israeliane e sulla necessità di chiudere l’era politica di Benjamin Netanyahu.

Su un altro versante si colloca Hadash, movimento ebraico-arabo fondato nel 1977 attorno al Partito comunista israeliano. La formazione si definisce non sionista e, insieme a Ta’al e Balad, ha partecipato alla Lista Unita, arrivata a 11 seggi. Fuori dalla Knesset sono rimasti diversi gruppi composti da cittadini ebrei e palestinesi di Israele e dagli attivisti impegnati in Cisgiordania.

La contrapposizione al governo parte da premesse differenti. Per la sinistra sionista la priorità è preservare la democrazia interna; per Hadash il problema riguarda anche la condizione dei palestinesi sottoposti al controllo israeliano e privi di rappresentanza politica. Da questa divergenza nasce la difficoltà di costruire un’alternativa comune a Netanyahu.


Le proteste del 2023

La frattura era già emersa durante le manifestazioni del 2023 contro la riforma giudiziaria promossa dal governo. Per mesi, ogni sabato, centinaia di migliaia di persone hanno contestato il progetto che avrebbe rafforzato il peso della maggioranza parlamentare sulla Corte suprema.

In quelle piazze comparivano le bandiere israeliane, mentre alcuni riservisti dell’aeronautica minacciavano di interrompere il servizio volontario e i vertici del settore tecnologico denunciavano il rischio di una fuga degli investimenti. Ai margini dei cortei, il movimento contrario all’occupazione ricordava però che da decenni milioni di palestinesi in Cisgiordania vivono sotto amministrazione militare senza poter votare per il governo che li controlla.

Le bandiere palestinesi furono escluse dai palchi delle manifestazioni di Tel Aviv almeno nei primi mesi. Fino a febbraio intervennero soltanto due cittadini palestinesi di Israele, nonostante gli arabi rappresentino circa un quinto della popolazione. Per molti di loro, quella difesa della democrazia appariva quindi priva di uno spazio adeguato per la propria esperienza.


Guerra e limiti dell’opposizione

Il controllo della Cisgiordania, protratto per oltre mezzo secolo, è rimasto separato dalla battaglia per la tutela delle istituzioni. Una parte dei manifestanti ha continuato a intendere la democrazia come insieme di diritti garantiti agli israeliani, senza collegarla alla sorte dei palestinesi nei territori occupati.

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La guerra ha reso questa contraddizione ancora più evidente. Dopo il 7 ottobre, le proteste contro Netanyahu sono riprese chiedendo il rientro degli ostaggi e la fine di un conflitto giudicato privo di un piano per il periodo successivo. In alcuni cortei, accanto alle immagini dei rapiti israeliani, sono comparse anche quelle dei bambini palestinesi uccisi a Gaza: due motivazioni diverse per chiedere la cessazione delle operazioni militari.

Secondo il testo, alla fine di settembre il numero dei morti nella Striscia aveva superato quota 74.000. La distruzione di Gaza, tuttavia, è rimasta poco presente nei principali mezzi d’informazione israeliani, con l’eccezione di Haaretz e di alcune realtà minori.


Il caso Golan

Yair Golan, ex vicecapo di Stato maggiore e figura dei Democratici, ha dapprima sostenuto la guerra e in seguito ne ha chiesto la conclusione. La sua accusa è stata rivolta al governo, ritenuto responsabile di prolungare il conflitto per ragioni politiche.

Nel maggio 2025, durante un intervento alla radio pubblica, Golan aveva affermato: «Un Paese sano non uccide bambini per hobby». Le reazioni lo avevano portato, pochi giorni dopo, a precisare in televisione che Israele non aveva commesso crimini di guerra a Gaza e che la critica riguardava la leadership politica.

La vicenda mostra il confine entro cui si è mossa la sinistra sionista: contestare la gestione della guerra, chiedere il ritorno degli ostaggi e ridurre il tributo pagato dai soldati, senza mettere in discussione l’idea del conflitto in quanto tale. Un’opposizione motivata dalle vittime palestinesi imporrebbe invece di riconoscere limiti all’azione militare, compreso il divieto di colpire edifici sapendo che ospitano civili o di usare la fame contro una popolazione.

È su questo punto che le due componenti restano distanti. I Democratici hanno recuperato rappresentanza parlamentare, mentre la Lista Unita ha raccolto un risultato più ampio, ma la distanza tra la difesa della democrazia israeliana e la denuncia dell’occupazione continua a condizionare ogni possibile coalizione alternativa a Netanyahu.

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