Immigrazione, l’Europa oscilla tra destra radicale e crescita
Germania e Italia irrigidiscono i toni, mentre Spagna e imprese ungheresi mostrano il peso del lavoro straniero
In Europa, la stretta sull’immigrazione convive con una domanda crescente di lavoratori stranieri. I governi cercano consenso con controlli e rimpatri, ma diversi settori economici continuano a dipendere dall’arrivo di manodopera dall’estero.
GioiaPura
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La spinta dell’economia spagnola
In Spagna, l’apporto dei lavoratori stranieri ha inciso in modo rilevante sull’espansione economica recente. Secondo Funcas, l’aumento della forza lavoro immigrata ha spiegato il 47 per cento della crescita cumulata del PIL dal 2022, pari a 4,2 punti percentuali.
Anche il Banco de España ha registrato un effetto positivo sul prodotto per abitante. Turismo, investimenti ed esportazioni di servizi hanno contribuito all’aumento, ma senza i lavoratori stranieri la crescita sarebbe stata sensibilmente più contenuta. L’immigrazione, tuttavia, non ha risolto i problemi legati a produttività, salari e abitazioni.
Un’altra contraddizione emerge in Ungheria. Nel 2025 il PIL è aumentato soltanto dello 0,5 per cento, dopo anni di stagnazione. Viktor Orbán ha continuato a opporsi all’immigrazione sul piano politico, mentre le aziende chiedevano personale.
Per questa ragione il governo ha autorizzato l’ingresso di lavoratori asiatici con permessi temporanei, limitando fortemente il ricongiungimento familiare e la permanenza. Il modello si ritrova anche in altri Paesi governati dalla destra: gli stranieri vengono considerati utili all’economia, ma non come componenti stabili della società.
Germania e Italia inseguono la destra
In Germania, Friedrich Merz ha riportato la CDU al governo promettendo misure più rigide sull’immigrazione e ha poi spinto il partito verso posizioni ancora più severe. La strategia non ha però arrestato l’AfD, che a settembre ha più che raddoppiato i consensi nei due Stati dell’Est chiamati al voto.
In Sassonia-Anhalt l’AfD ha raggiunto il 43,8 per cento, mentre nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore si è fermata al 38,2. Nello stesso Land la CDU è scesa sotto il 5 per cento, rimanendo senza rappresentanti. Una ricerca condotta da Laurenz Guenther, della Toulouse School of Economics, e Salvatore Nunnari, dell’Università Bocconi, aveva indicato che avvicinarsi alle preferenze degli elettori sull’immigrazione avrebbe potuto restituire consensi alla CDU nell’area di destra.
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Quel sondaggio, realizzato su oltre cinquemila tedeschi, non permette però di stabilire che la linea di Merz abbia provocato la crescita dell’AfD. Inoltre, le intenzioni dichiarate non coincidono necessariamente con il comportamento nelle urne e non dicono se una scelta utile sul piano elettorale sia adatta a un Paese che invecchia e ha bisogno di lavoratori.
In Italia Giorgia Meloni ha aumentato i toni su più temi per contenere l’ascesa di Roberto Vannacci. Gli ultimi sondaggi indicano che l’obiettivo è stato raggiunto, ma il prezzo è l’abbandono dell’immagine di una destra liberal-conservatrice coltivata nei mesi precedenti. Anche a Roma, come a Berlino, la destra radicale contribuisce a fissare il linguaggio politico.
Frontex punta su controlli e rimpatri
La proposta della Commissione europea su Frontex, presentata il 27 ottobre, risponde soprattutto alle richieste dei governi più restrittivi. Il progetto prevede un corpo permanente di 30 mila agenti, una riserva di 17 mila persone, una struttura per gli interventi rapidi e competenze più ampie sui rimpatri, anche tra Paesi esterni all’Unione europea.
Il controllo delle frontiere e strumenti condivisi sono compatibili con i principi liberali, soprattutto dentro lo spazio Schengen. Una politica comune, però, non può limitarsi alla sorveglianza e alle espulsioni: nel documento non emerge un investimento consistente su ingressi regolari, formazione e integrazione.
Secondo Reuters, la proposta riduce inoltre alcuni spazi della vigilanza europea sui diritti fondamentali, affidando i controlli alle autorità nazionali anziché a organismi indipendenti dell’Unione. La responsabilità tornerebbe così soprattutto ai singoli Stati.
Il Piano Mattei italiano punta a sostenere lo sviluppo dei Paesi nordafricani, mentre il centro per i rimpatri in Albania è stato pensato per accelerare le procedure di respingimento. Un continente che perde popolazione attiva deve però affiancare ai controlli il contrasto all’immigrazione irregolare, la tutela del diritto d’asilo, canali legali e politiche di integrazione.
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