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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Ilana Gritzewsky, il futuro dopo Gaza: «Scegliamo la vita

Dopo 55 giorni nelle mani di Hamas e il trauma del 7 ottobre, l’ex ostaggio racconta la guarigione, il ritorno di Matan e i progetti per una nuova famiglia.

Il futuro che Ilana Gritzewsky oggi riesce a immaginare passa dalla normalità: una casa, le cene in famiglia, i figli e una vita condivisa con Matan Zangauker. Dopo essere stata liberata dalla prigionia nella Striscia di Gaza, l’ex ostaggio prova a ricostruire il domani senza lasciare che la violenza subita ne determini ogni scelta.


Un futuro finalmente possibile

Il 31 dicembre lei e Matan Zangauker hanno annunciato ufficialmente il loro fidanzamento. Durante i mesi in cui lui era ancora detenuto, Ilana aveva smesso di spingersi troppo avanti con l’immaginazione: le bastava sperare di rivederlo entrare in casa, poterlo toccare e tornare alle piccole abitudini della loro vita insieme.

Ora sogna un matrimonio, una casa piena di voci e, se sarà possibile, dei figli. Pensa alle cene del venerdì, al cane Nuni che corre per le stanze e agli anni da trascorrere accanto a Matan. Per lei non si tratta di desideri banali, ma della possibilità di creare qualcosa di nuovo dopo che la prigionia ha cercato di cancellare ogni progetto: «Ci hanno circondati di morte, e noi scegliamo la vita».


La libertà non cancella le ferite

Ilana è rimasta nelle mani di Hamas per 55 giorni. Durante quel periodo ha raccontato di aver subito violenza sessuale, maltrattamenti e minacce, mentre riportava gravi conseguenze fisiche: il bacino fratturato, la mascella fuori posto, una gamba ustionata e problemi all’udito. La fame, la sete e l’assenza di notizie sui familiari rendevano ogni giornata ancora più difficile.

Dopo il ritorno, il recupero ha coinvolto medici, psicologi, psichiatri e ortopedici. Il trauma, però, non si è concluso con la liberazione: incubi e ricordi continuano a riaffiorare, talvolta prima ancora che lei riesca a comprenderli. Anche il fatto che Matan sia rimasto prigioniero per oltre due anni, per 738 giorni, le aveva impedito di sentirsi davvero libera.

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Il giorno che ha spezzato tutto

Ilana aveva 31 anni quando fu rapita nel kibbutz Nir Oz, il 7 ottobre 2023. Quel mattino si trovava con Matan nella stanza protetta della loro abitazione, mentre all’esterno risuonavano le sirene. L’irruzione, l’incendio e la fuga dalla finestra li costrinsero a separarsi: quello fu l’ultimo momento in cui lo vide prima di essere catturata e trasferita a Gaza.

A distanza di tre anni, quel giorno continua a tornare nei suoi pensieri. Ricorda gli uomini armati, la paura e la consapevolezza di essere rimasta sola, ma soprattutto la distruzione improvvisa della sua quotidianità: la casa, i vicini, il senso di sicurezza e i gesti ordinari condivisi con Matan. Oggi sostiene che dietro numeri, titoli e dibattiti politici esistano sempre persone, famiglie e progetti interrotti.


Sopravvivere, poi ricominciare

Nella prigionia, spiega, anche il trascorrere del tempo perde il significato abituale. Resistere poteva voler dire soltanto bere quando c’era acqua, mangiare quel poco che veniva distribuito e arrivare al mattino successivo. Il sostegno reciproco tra gli ostaggi diventava essenziale, così come la capacità di conservare una minima speranza.

Ilana dice di voler parlare anche per chi non è sopravvissuto e per coloro che non riescono ancora a raccontare ciò che hanno vissuto. La guarigione, per lei, non coincide con il ritorno alla persona che era prima del 7 ottobre, ma con la possibilità di ridere, amare e fare progetti senza permettere al trauma di occupare tutta la sua esistenza. «Ogni giorno scelgo la vita», ha spiegato, descrivendo la riconquista graduale della propria libertà.

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