Il filo tra hacker filorussi e proteste: cosa emerge dall’inchiesta
Gli investigatori valutano un possibile coordinamento tra il Movimento 17 ottobre e gruppi informatici filorussi, mentre proseguono gli accertamenti su Youssef Siher e la moglie.
L’inchiesta sul Movimento 17 ottobre porta gli investigatori a esaminare un possibile collegamento con gruppi hacker filorussi già accusati di attacchi contro istituzioni italiane. Al centro dell’indagine c’è Youssef Siher, trentenne considerato il gestore della comunicazione del movimento, fermato dopo essere stato rintracciato attraverso il telefono della moglie.
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L’ipotesi di una regia comune
Secondo l’ipotesi esaminata dal comando interforze Intel, tra i promotori del Movimento 17 ottobre e la sigla Noname057(16) potrebbe esserci stata una forma di coordinamento. Il gruppo informatico è noto per diversi attacchi DDoS contro siti e servizi riconducibili a istituzioni italiane.
L’attenzione degli investigatori è aumentata in vista della mobilitazione fissata per il 24 ottobre. Il piano, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe previsto azioni simultanee contro siti istituzionali e disordini in otto città: Milano, Roma, Torino, Firenze, Bologna, Genova, Bari e Padova.
Il profilo Instagram collegato all’iniziativa, seguito da oltre 32mila persone, era amministrato da Siher. Nei giorni precedenti alla protesta, Noname057(16) e Dark Storm Team avevano espresso sostegno alle manifestazioni previste in Italia e Francia. Finora, tuttavia, quel supporto si sarebbe tradotto soltanto in messaggi favorevoli, senza minacce offensive dirette.
Putin respinge ogni accusa
L’eventuale ruolo di Mosca è stato negato da Vladimir Putin. In un’intervista alla televisione di Stato russa, il presidente ha respinto le accuse di coinvolgimento nei disordini europei e ha sostenuto che simili ricostruzioni riflettano l’incapacità dei dirigenti occidentali di affrontare le proprie crisi interne.
Gli accertamenti dovranno stabilire se i contatti con i gruppi informatici filorussi abbiano avuto un seguito operativo oppure se siano rimasti sul piano della solidarietà politica e comunicativa. Il quadro, al momento, resta legato alle ipotesi investigative e non a responsabilità accertate.
Il telefono della moglie porta a Siher
Siher aveva spento il proprio cellulare e non risultava localizzabile. Gli investigatori sarebbero riusciti a individuarlo sabato mattina utilizzando il dispositivo della moglie, una donna di 32 anni, mediatrice interculturale, nata e cresciuta a Como e ancora residente nella città lombarda.
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La donna è indagata insieme al marito per istigazione a delinquere, violenza organizzata durante manifestazioni pubbliche e terrorismo, con l’ipotesi di concorso. Secondo gli inquirenti, avrebbe collaborato alla gestione delle comunicazioni attraverso i social network.
La coppia si sarebbe sposata a settembre e vivrebbe in provincia di Milano, anche se le rispettive residenze anagrafiche non coincidono. Sui propri profili, la donna si descrive come libanese, palestinese e araba di appartenenza.
Il pubblico ministero di Milano Francesca Crupi dovrebbe chiedere domani la convalida del fermo del trentenne. Dopo aver ricevuto gli atti dalla sezione antiterrorismo della Procura, il giudice per le indagini preliminari stabilirà la data dell’udienza.
Nelle chat cresce lo scontro
Intanto, nelle conversazioni in rete, il caso ha prodotto reazioni molto diverse. Una parte degli utenti accusa Siher di essere un infiltrato deciso a destabilizzare la comunità islamica e mette in dubbio alcuni aspetti del suo percorso di studi e della sua vita privata.
Si tratta, per ora, di contestazioni diffuse nelle chat ma prive di conferme ufficiali. Dalle indagini starebbe emergendo anche l’eventuale utilizzo dell’intelligenza artificiale per elaborare alcuni contenuti e strumenti della propaganda attribuita a Siher.
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