IA, l’Europa è già indietro: la scommessa da 100 miliardi di Draghi
L’ex presidente del Consiglio propone di usare il bilancio europeo per attirare capitali privati e aumentare la capacità di calcolo dell’Unione entro il 2030.
Meno del 5% della capacità mondiale di calcolo dedicata all’intelligenza artificiale si trova oggi nell’Unione europea. È da questo svantaggio che Mario Draghi è partito per sollecitare una risposta comune: secondo l’ex presidente del Consiglio e già governatore della Banca centrale europea, servirebbero circa 100 miliardi di euro di intervento pubblico per ridurre i rischi e colmare almeno in parte il divario con gli Stati Uniti.
Il divario si misura nei computer
Nel discorso pronunciato al Politecnico di Zurigo per la Karl Brunner Distinguished Lecture della Banca nazionale svizzera, Draghi ha sottolineato che l’Europa non parte da una posizione debole sul piano della ricerca o delle competenze. Il problema, a suo giudizio, riguarda soprattutto la velocità con cui il continente riesce a trasformare queste risorse in infrastrutture, finanziamenti e potenza di calcolo.
Un recente studio richiamato dall’economista stima che, per portare al 15% entro il 2030 la quota europea della capacità globale destinata all’IA, sarebbe necessario mobilitare 1.300 miliardi di euro. I 100 miliardi indicati da Draghi non basterebbero dunque a coprire l’intero fabbisogno: avrebbero piuttosto la funzione di capitale iniziale e garanzia pubblica, così da rendere più appetibili investimenti privati molto più ampi.
La proposta passa dal bilancio Ue
Per Draghi, il sostegno all’intelligenza artificiale dovrebbe essere organizzato a livello dell’Unione e finanziato attraverso il bilancio europeo. «La quota di intervento pubblico necessaria a ridurre il rischio di questi investimenti, stimata in circa cento miliardi di euro, si presta particolarmente a essere finanziata attraverso il bilancio dell’Ue», ha spiegato durante l’intervento.
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La richiesta si inserisce in una strategia economica più ampia. Il completamento del mercato unico e l’integrazione dei mercati dei capitali, insieme a una politica monetaria capace di evitare tassi più elevati del necessario, permetterebbero al settore privato di sostenere una parte maggiore degli investimenti. In questo modo, una quota più consistente del risparmio europeo potrebbe restare nel continente invece di essere indirizzata verso altri mercati, anche per diversificare l’esposizione a Wall Street.
Più crescita, ma con una regia comune
La posta in gioco non riguarda soltanto la tecnologia. Le grandi società statunitensi potrebbero investire quasi 800 miliardi di dollari nel solo 2026, soprattutto nella costruzione di centri dati. Questa domanda di capitali contribuisce ad alimentare la pressione sui tassi d’interesse europei, mentre i Paesi dell’Unione riescono a beneficiare solo in parte della crescita associata all’intelligenza artificiale.
Da qui la conclusione di Draghi: la priorità non sarebbe semplicemente aumentare la spesa, ma coordinare meglio le decisioni dei governi. «L’Europa importa l’intero aumento dei tassi, ma soltanto una frazione della crescita», ha osservato, sostenendo che l’incremento dell’attività economica dovrebbe diventare «un obiettivo esplicito condiviso da tutti i governi». Una maggiore crescita, inoltre, consentirebbe di finanziare nuovi investimenti pubblici senza compromettere la sostenibilità del debito.
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