I Paesi del Golfo in pressing su Trump: “Risolvi questa crisi”
I leader del Golfo hanno chiesto a Trump di intervenire sulla crisi, mentre Washington valuta un fondo da 10 miliardi per proteggere energia e infrastrutture.
A New York, l’amministrazione americana sta esaminando un piano da 10 miliardi di dollari per sostenere infrastrutture energetiche e opere colpite dal conflitto con l’Iran. L’idea prevede anche nuovi oleodotti e impianti, così da permettere ai Paesi della zona di aggirare lo Stretto di Hormuz.
La risposta di Trump è economica
Secondo il Financial Times, il fondo si chiamerebbe “Partnership for Allied Construction & Trust”: gli Stati Uniti metterebbero 5 miliardi, mentre gli Stati del Golfo coprirebbero la parte restante. In questa fase, dunque, la compensazione promessa da Trump passa più dai soldi che dalla politica.
Riad paga il prezzo più alto
Tra i governi più esposti c’è l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman, che nei giorni scorsi ha incassato il rifiuto della richiesta di colpire gli Houthi. Per il principe ereditario, inoltre, pesa anche la perdita di una via cruciale per il greggio dopo il blocco di Hormuz.
Il Financial Times ha sintetizzato così il clima a Riad: «Mbs non dimenticherà e non perdonerà». Nello stesso quadro va letta la riapertura dell’East-west pipeline, colpita dai droni una decina di giorni fa: il danno viene ridotto, ma non cancellato.
Il Golfo chiede una via d’uscita
La pressione non riguarda solo i sauditi. Gli Emirati Arabi Uniti hanno subito gli effetti più pesanti dei missili partiti da Teheran, mentre Kuwait e Oman stanno pagando il costo del traffico interrotto su Hormuz.
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Il segnale arrivato al presidente americano è stato portato dai membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, riuniti a margine dell’assemblea Onu: Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman, Bahrein, Kuwait e Qatar. Per tutti, la crisi sta trasformando in spesa concreta un’area che dispone di enormi risorse.
Il Qatar alza i toni
A dare il tono al confronto è stato Tamim bin Hamad Al Thani, che ha puntato il dito contro le scelte degli ultimi anni. «La crisi nel Golfo Persico è l’epilogo di anni di temporeggiamento, di gestione delle crisi con soluzioni temporanee e di politiche irrealistiche», ha detto il leader del Qatar.
Il messaggio ha fotografato l’insofferenza di più capitali della regione, convinte di stare pagando il conto più salato delle tensioni aperte dall’azione di Trump. La riapertura dell’oleodotto saudita ha aiutato a frenare la corsa dei prezzi del petrolio, ma non basta a rimettere in moto la produzione di greggio del regno, rimasta ai minimi proprio perché l’export continua a essere complicato.
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