Holit, il ritorno tra macerie e memoria: la storia di Eli
Dopo l’assalto del 7 ottobre, nel kibbutz vicino a Gaza alcuni residenti provano a ricominciare, mentre il ricordo delle vittime resta inseparabile dalla ricostruzione.
Per Eli Kabuli, tornare a Holit non significa soltanto rimettere in piedi una casa. Vuol dire anche affrontare il ricordo delle ore trascorse al riparo con la figlia e il cane, mentre intorno esplodeva la violenza, e il dolore per l’amico che contribuì a salvare molti abitanti prima di togliersi la vita.
La fuga impossibile nella stanza blindata
Il 7 ottobre Eli rimase chiuso per undici ore e mezza nella stanza protetta della sua abitazione. Fuori si susseguivano esplosioni, urla e colpi d’arma da fuoco; dentro c’erano lui, sua figlia e il cane. «È difficile spiegare cosa è stato», ha raccontato il sopravvissuto, descrivendo una giornata che ancora oggi fatica a tradurre in parole.
La sua abitazione non venne distrutta perché Michael Reitzin, il poliziotto che viveva di fronte, riuscì a respingere gli aggressori. Il suo intervento contribuì a mettere in salvo decine di persone, mentre i militanti restarono per ore tra le abitazioni del kibbutz.
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Il lutto che accompagna la rinascita
Reitzin non è sopravvissuto al trauma. L’anno scorso si è tolto la vita, lasciando a Eli un dolore che si aggiunge a quello dell’attacco. «Bisogna continuare a parlare di lui, che è parte di questa storia, ha combattuto con grande coraggio. E con lui se n’è andata una parte di me», ha detto Kabuli.
Holit si trova a un chilometro e mezzo dalla frontiera con Gaza. Qui vivevano appena 220 persone, tra cui 60 bambini, quando il kibbutz fu attaccato da circa 80 uomini di Hamas. Il bilancio fu di 16 morti e circa dieci persone rapite; una parte degli ostaggi non è tornata viva. Oggi la ricostruzione delle abitazioni procede insieme al tentativo dei residenti rientrati di riprendere una quotidianità spezzata.
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