Guerra ibrida, la soglia che l’Europa non può più ignorare
Beniamino Irdi analizza l’escalation russa, i limiti della risposta occidentale e il possibile ruolo di un nuovo Consiglio di sicurezza europeo
Un Consiglio di sicurezza europeo avrebbe un valore concreto soltanto se fosse in grado di decidere e produrre effetti, non se diventasse l’ennesimo tavolo di confronto tra governi. È questa la condizione indicata da Beniamino Irdi, esperto di sicurezza e minacce ibride, mentre l’Europa si interroga su come reagire alle pressioni russe.
La proposta avanzata da Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre si inserisce in una fase nella quale sabotaggi, attacchi informatici, droni e campagne di disinformazione mettono alla prova la capacità di risposta delle democrazie. Per Irdi, il tema decisivo non è soltanto definire questi episodi come “guerra”, ma stabilire quale reazione politica debba scattare.
Un organismo europeo, ma con poteri reali
Secondo Irdi, il nodo più difficile per l’Unione europea riguarda la sicurezza nazionale: proprio su questo terreno gli Stati membri sono meno disponibili a trasferire competenze. Un’istituzione comune potrebbe quindi funzionare solo disponendo di strumenti decisionali effettivi e della possibilità di imporre conseguenze.
L’esperto considera comunque significativa l’idea rilanciata dalla presidente della Commissione europea. Se però il nuovo organismo si limitasse ad aggiungere un luogo alle discussioni già esistenti, senza capacità operativa, il risultato sarebbe probabilmente modesto. La stessa logica, osserva, vale per l’ipotesi di un Consiglio di sicurezza nazionale italiano, tema affrontato in un suo documento.
Le democrazie devono proteggersi
Di fronte a una minaccia prolungata, le democrazie liberali potrebbero essere costrette a rivedere il modo in cui bilanciano diritti, trasparenza e sicurezza. Irdi non propone di abbandonare i principi dello Stato di diritto, ma invita a considerare che una fase eccezionale può richiedere decisioni diverse su segretezza, intelligence e tempi di reazione.
Il problema nasce dal fatto che le stesse caratteristiche che rendono solide le democrazie possono rallentarne la risposta. Le procedure giuridiche complicano l’utilizzo dei beni congelati, mentre il rapporto diretto tra governi ed elettori rende politicamente costose le misure energetiche capaci di far crescere i prezzi. “Sono allo stesso tempo elementi della nostra forza e vulnerabilità che gli avversari cercano di sfruttare”, ha spiegato Irdi.
La pressione russa diventa più visibile
Per anni la formula “guerra ibrida” ha descritto azioni collocate sotto il livello di un conflitto militare dichiarato: interferenze informative, sabotaggi, incendi, incursioni di droni e attacchi contro infrastrutture essenziali. Negli ultimi mesi, secondo Irdi, la dinamica è cambiata in due direzioni: le operazioni sono aumentate, sono diventate più concrete e hanno assunto una visibilità maggiore.
Mosca, sostiene l’analista, potrebbe aver interpretato la risposta occidentale ai precedenti attacchi informatici e alle campagne di disinformazione come insufficientemente incisiva. Da qui deriverebbe una maggiore disponibilità ad assumersi rischi. Inoltre, la Russia sembrerebbe meno interessata a mantenere la possibilità di negare il proprio coinvolgimento: alcuni episodi recenti, per complessità e mezzi impiegati, difficilmente possono essere ricondotti a soggetti non statali.
La soglia non è scritta nei trattati
Irdi invita però a non concentrare il dibattito sulle parole. Le campagne ibride, spiega, funzionano perché ogni singola azione resta al di sotto del livello che induce lo Stato colpito a una risposta energica. Quella soglia, tuttavia, non è fissata da una regola tecnica o da un accordo internazionale: dipende dalle scelte politiche.
La Russia l’avrebbe innalzata gradualmente, sfruttando la difficoltà delle democrazie nel costruire consenso contro una minaccia che cresce per piccoli passi. Un episodio isolato può apparire insufficiente per giustificare una reazione, mentre la somma degli attacchi produce effetti sempre più rilevanti. “Non è il nome che impedisce una risposta efficace. Siamo noi, con le nostre azioni, a determinare dove si trova quella soglia”, ha affermato l’esperto.
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Paura e divisione sono già obiettivi
Il caso dei droni mostra anche la dimensione psicologica della pressione. Quando nella percezione collettiva si consolida l’idea di un pericolo continuo, l’avversario può ottenere un risultato politico anche senza provocare danni materiali rilevanti in ogni singolo episodio.
Il bersaglio finale, in questa prospettiva, non coincide necessariamente con un edificio o un’infrastruttura. La posta in gioco riguarda la fiducia nelle istituzioni, la coesione sociale e la credibilità della deterrenza. Se gli attacchi alimentano paura, conflitti interni e la convinzione che lo Stato non sappia intervenire, l’operazione può considerarsi efficace anche senza un’escalation militare aperta.
Costi prevedibili per scoraggiare Mosca
L’Europa avrebbe ancora strumenti per aumentare il prezzo delle azioni russe, nonostante gli anni di sanzioni. Irdi indica innanzitutto il settore energetico, pur riconoscendo che una stretta ulteriore avrebbe ricadute anche sui cittadini e sulle economie europee. Tra le leve disponibili cita inoltre i beni russi immobilizzati, una strada gravata da rilevanti interrogativi politici e giuridici.
Un’altra dimensione riguarda il sostegno convenzionale all’Ucraina, attraverso armamenti, informazioni e assistenza militare. Una delle lezioni emerse durante il conflitto, osserva l’analista, è quanto il timore di un allargamento dello scontro abbia condizionato sia la quantità sia la rapidità degli aiuti occidentali destinati a Kiev.
L’eventuale utilizzo dei beni russi congelati presenta però un rischio più ampio: altri Paesi potrebbero domandarsi se le proprie riserve detenute in Europa siano davvero protette. Irdi definisce il precedente delicato e la questione giuridicamente complessa, ma non considera automatico un ritiro generalizzato dei capitali da parte degli altri Stati. La differenza, sottolinea, è che la Russia ha invaso un Paese sovrano e conduce da quattro anni e mezzo una guerra tradizionale e ibrida.
L’Europa cerca una dottrina comune
Per evitare che ogni episodio venga valutato isolatamente, l’Unione dovrebbe arrivare a una linea condivisa di deterrenza. L’idea è associare a ciascun attacco conseguenze riconoscibili, certe e superiori al vantaggio che l’autore spera di ricavare.
Nel frattempo, il quadro della sicurezza europea continua a complicarsi. A settembre la Germania ha attribuito alla Russia un tentativo di attacco con droni esplosivi contro l’aeroporto di Lipsia/Halle; successivamente, nel Baltico, una fregata russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese, mentre un velivolo senza pilota carico di esplosivo è stato abbattuto sopra la Lituania.
L’Unione europea ha continuato ad adottare misure contro quelle che definisce ufficialmente “attività ibride” russe, comprendendo sabotaggi, operazioni informatiche, manipolazione dell’informazione e iniziative dirette a destabilizzare le istituzioni democratiche. Nel suo intervento del 16 settembre, von der Leyen ha sostenuto che le minacce contro l’Europa siano “sempre meno ibride e sempre meno minacce”, proponendo anche un protocollo di emergenza collegato all’articolo 4 della Nato.
Irdi è ricercatore senior non residente del German Marshall Fund, dove si occupa di competizione tra grandi potenze, resilienza democratica e minacce ibride. È inoltre fondatore e amministratore delegato di HighGround, società attiva nella consulenza sul rischio politico, che il 6 novembre organizza alla Luiss di Roma gli “HG Dialogues”, incontro dedicato a sicurezza nazionale, imprese e rapporti tra settore pubblico e privato.
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