Guerra e destre non sono un destino: la sinistra cerca un’altra via
Da Berlino a New York, passando per Madrid, emergono esperienze che provano a unire pace, giustizia sociale e difesa dell’ambiente.
L’avanzata delle destre non è necessariamente irreversibile. A dimostrarlo sono segnali diversi ma convergenti: il successo ottenuto a Berlino dalla candidata di Linke, l’attenzione crescente verso NOVA e la sua proposta ispirata al Movimento 5 Stelle, le posizioni dei Democratici socialisti statunitensi — con il sindaco di New York Mamdani in prima fila — e il tentativo di Pedro Sanchez di preservare per la Spagna spazi concreti di autonomia politica.
Per Sara Gandini e Paolo Bartolini, questi fenomeni indicano la possibilità di una risposta democratica all’ordine politico fondato su riarmo, subordinazione internazionale e impoverimento. Non si tratta di esperienze prive di contraddizioni, ma di segnali che mettono in discussione l’idea secondo cui il futuro sarebbe già consegnato all’estrema destra.
La guerra non convince gli elettori
Secondo questa lettura, il consenso popolare cresce quando vengono avanzate proposte capaci di rifiutare la guerra, l’aumento delle spese militari e la distruzione dei diritti sociali. La stessa dinamica riguarda il ceto medio, sempre più esposto alla perdita di sicurezza economica, ma anche lavoratori e fasce popolari, penalizzati da decenni di politiche neoliberiste.
Il modello alternativo non può essere, però, un semplice ritorno alla moderazione. L’area liberale che sostiene il riarmo — rappresentata in Germania da Friedrich Merz e, in Italia, da chi considera le armi l’unico orizzonte possibile — non verrebbe arginata da formule prudenti e indistinte. La domanda che arriva dalla società è piuttosto quella di un cambiamento capace di intervenire sulle cause profonde delle crisi.
Per questo, termini come progressismo o sinistra popolare acquistano significato soltanto se accompagnati da una scelta netta: prendere le distanze dall’impostazione neoliberale, atlantista ed europeista quando viene assunta come vincolo intoccabile. Allentare le pressioni esterne, tuttavia, non significa rifugiarsi in progetti astratti: servono programmi di discontinuità, ma realizzabili nel medio e lungo periodo.
Una politica fondata sulla cura
Le esperienze citate delineano una possibile critica al capitalismo non soltanto ideologica, ma anche morale e concreta. Nessuno possiede un progetto definitivo per superare un sistema basato sull’accumulazione continua e sul consumo di risorse; si può però assumere la cura come criterio per orientare la ricerca politica.
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A una società dominata da armi, sopraffazione e devastazione ambientale si può contrapporre un’organizzazione collettiva che non abbandoni le persone più fragili. In questa prospettiva la diplomazia non è un gesto accessorio, bensì uno strumento indispensabile, mentre la pace va intesa come costruzione quotidiana di equilibrio tra differenze e conflitti: nelle istituzioni, nelle comunità e persino nelle relazioni personali.
Il legame tra pace, equità sociale e tutela del clima dovrebbe diventare il centro di un nuovo progetto. Per riuscirci occorre fare tesoro degli errori delle utopie del Novecento senza rinunciare alla spinta socialista, contrastando la vendita dei beni comuni, la ricchezza concentrata in poche mani e le disparità economiche.
Unire ciò che oggi resta separato
Una reazione efficace al peggioramento del quadro politico richiede anche di superare le rigidità identitarie. Le forze che si definiscono antisistema, osservano gli autori, hanno spesso pagato la difficoltà di collaborare e di mettere in comune idee, linguaggi e obiettivi. La mobilitazione contro il riarmo e l’escalation militare passa invece dalla capacità di costruire convergenze più ampie.
Questa prospettiva può riaprire uno spazio per una politica realmente trasformativa, dopo anni di rassegnazione trasversale. Anche il conflitto di classe può essere ripensato con categorie nuove, tenendo insieme bisogni economici, sofferenze psicologiche e qualità delle relazioni.
Il tempo per cambiare direzione non è esaurito. La domanda decisiva resta capire quali scelte abbiano condotto alla situazione attuale e come sostituire stabilmente il sistema politico che le ha rese possibili.
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