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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Green Deal, la vera sfida è smettere di dipendere dall’estero

Rivedere le regole europee può aiutare famiglie e imprese, ma solo se il tempo guadagnato viene usato per costruire energia, reti e tecnologie autonome.

La sovranità energetica europea non si conquista soltanto difendendo i confini o rivendicando maggiore autonomia politica. Dipende anche dalla capacità di produrre più energia sul territorio, consumarne meno e ridurre l’esposizione agli acquisti quotidiani di gas e petrolio. Sole e vento, a differenza dei combustibili fossili, non devono attraversare lo stretto di Hormuz e l’efficienza energetica non ha bisogno di una scorta navale.

Questo non significa che le fonti rinnovabili possano sostituire in modo immediato il petrolio usato nei trasporti. Il passaggio richiede elettrificazione, reti adeguate, sistemi di accumulo e nuovi impianti. Inoltre, l’Europa dovrà evitare di cambiare una dipendenza con un’altra, soprattutto per quanto riguarda i componenti prodotti in Cina. Tuttavia, un impianto capace di generare energia per anni espone a rischi diversi rispetto a un combustibile che deve essere acquistato continuamente.

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Più autonomia contro la vulnerabilità

Il problema della dipendenza energetica emerge con particolare chiarezza quando i mercati internazionali sono sottoposti a tensioni. Nella settimana terminata il 18 ottobre, i flussi di petrolio provenienti dal Medio Oriente, comprese le rotte alternative allo stretto di Hormuz, hanno superato i livelli precedenti alla guerra: oltre 24 milioni di barili al giorno contro 23,3, secondo il Wall Street Journal.

L’aumento dei volumi, però, non equivale a un ritorno alla normalità. Trasporti, assicurazioni e minacce militari continuano ad aumentare il prezzo dell’approvvigionamento. Il petrolio può dunque tornare disponibile senza essere nuovamente conveniente, e non c’è alcuna garanzia che domani possa arrivare alle stesse condizioni. Nel dibattito pubblico, invece, si tende a conteggiare i costi della transizione come se la conservazione del vecchio modello non avesse anch’essa un prezzo.

Il cambiamento climatico aggiunge un’ulteriore pressione. Il nuovo Emissions Gap Report dell’UNEP sostiene che oltrepassare la soglia di 1,5 gradi non sia più evitabile. L’obiettivo diventa quindi limitare l’ampiezza e la durata del superamento, riducendo rapidamente le emissioni per rendere possibile un ritorno al di sotto di quel livello entro la fine del secolo.

Essere in ritardo, in questa prospettiva, dovrebbe spingere a selezionare gli interventi più efficaci e a finanziare l’adattamento, non a interrompere il percorso. Ciò non implica considerare corrette tutte le misure del Green Deal o realistiche tutte le scadenze fissate finora. Alle motivazioni climatiche si affiancano però ragioni di sicurezza economica: chi rivendica la sovranità dovrebbe spiegare come ottenerla continuando a comprare anche la propria fragilità energetica.


Il tempo guadagnato va investito

La revisione delle politiche ambientali può essere necessaria quando impone oneri sproporzionati a cittadini e imprese privi di alternative accessibili. Il punto decisivo, però, è capire quale uso verrà fatto del tempo ottenuto rinviando o attenuando alcuni obblighi: servirà a costruire soluzioni praticabili oppure diventerà l’ennesima pausa?

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Il Green Deal è nato da un confronto tra costi e benefici ambientali ed economici, non soltanto da una scelta di carattere etico. Quel bilancio deve essere aggiornato alla luce delle difficoltà emerse, ma non dovrebbe essere abbandonato senza considerare le conseguenze strategiche della dipendenza dall’estero.

In questo quadro si collocano le ipotesi attualmente discusse a Bruxelles. Il Partito popolare europeo sostiene un ulteriore rinvio dell’ETS2, il sistema per le emissioni legate ai trasporti e al riscaldamento previsto dal 2028, e propone un alleggerimento delle regole sul metano. Non si tratta ancora di decisioni definitive.

Per il settore automobilistico, invece, i negoziatori di Partito popolare europeo, Socialisti e Renew hanno raggiunto un’intesa preliminare che permetterebbe di ridurre fino all’87,5 per cento il taglio delle emissioni richiesto alle vetture nuove nel 2035. Tra gli strumenti ipotizzati figurano crediti legati all’acciaio europeo a basse emissioni, maggiore spazio ai carburanti rinnovabili e alle ibride ricaricabili, oltre a incentivi contabili per le piccole auto elettriche efficienti.


La maggioranza europea cambia posizione

Anche questo accordo deve ancora superare diversi passaggi: dovrà essere approvato dai gruppi politici, trasformato nella posizione del Parlamento europeo e poi discusso con i governi. Il suo valore, per ora, è soprattutto politico.

La richiesta di ridimensionare alcune parti della transizione non arriva più soltanto dagli esecutivi nazionali o dall’industria. Il fronte si è esteso alla maggioranza europeista dell’Assemblea, con il coinvolgimento anche di Renew. Il rischio, tuttavia, è che la correzione perda il suo scopo se non viene accompagnata da investimenti in reti comuni, capacità produttiva europea, accumuli e un mercato dell’energia realmente integrato.

Difendere il Green Deal non significa conservare ogni sua disposizione immutata. Modificarlo dovrebbe servire a renderlo più applicabile, non a rinviare indefinitamente la costruzione delle alternative. In ultima analisi, la strada dell’autonomia passa da più infrastrutture condivise e da una maggiore capacità industriale europea: dunque, da più Europa.

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