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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Google recupera il numero, i negozi spiegano il tracciamento

Un messaggio sul BlackBerry riapre il dubbio sulle regole che valgono per newsletter, operatori e account personali

Google ha recuperato il numero di telefono dal suo BlackBerry, mentre i negozi le spiegano come controllano le aperture delle newsletter.

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Regole diverse per la privacy

La privacy digitale continua a sembrarmi l’invenzione più difficile da decifrare. Dovrebbe proteggerci dalle intrusioni o è diventata un insieme di avvertenze applicate senza un criterio riconoscibile? A seconda dei casi, sembra essere una fissazione intermittente oppure una difesa irrinunciabile.

Tre giorni fa ho ricevuto più copie dello stesso messaggio, intitolato “Verifica dei numeri di telefono su BlackBerry KEY2 LE”. Google Phone Verification sosteneva che la procedura servisse a rendere più semplice l’uso dei messaggi e delle videochiamate, aggiungendo i numeri presenti sul dispositivo agli Account Google.


Il numero preso dal telefono

La comunicazione spiegava anche che Google avrebbe recuperato periodicamente il mio numero dall’operatore telefonico, scambiando dati sul dispositivo come l’identificativo della scheda SIM. La mail era arrivata a tutti gli indirizzi configurati sul telefono, compreso quello che uso soltanto per conservare le bozze dei testi.

Per anni ho rifiutato di associare il numero alle mie caselle Google. Ogni volta che mi veniva prospettato il rischio di perdere l’accesso all’account, preferivo non cedere: non volevo ritrovarmi sommersa da messaggi pubblicitari sul cellulare. Scoprire poi che il numero poteva essere ottenuto comunque, perché telefono e servizio appartengono allo stesso ecosistema, non è stato piacevole.

Il BlackBerry non riceve aggiornamenti da un pezzo: l’azienda ha smesso di produrlo sei anni fa e quello che uso l’ho acquistato quattro anni fa. Per questo considero più probabile che l’iniziativa sia stata introdotta da Google. Ho eliminato il recapito da ciascun account e ho disattivato sul telefono l’opzione che avrebbe potuto reinserirlo.


Le mail dei negozi

Nella stessa settimana ho ricevuto numerosi avvisi commerciali sulla privacy. Uno cominciava con «Ciao Guia» e mi definiva al maschile; il messaggio richiamava le nuove Linee guida del Garante Privacy, entrate in vigore il 29 ottobre 2026, e annunciava spiegazioni sul controllo delle newsletter.

Il cosiddetto pixel di tracciamento è una piccola immagine invisibile incorporata nel messaggio. Permette al mittente di sapere, in forma aggregata, quante persone lo hanno aperto, quali collegamenti hanno attirato attenzione e alcuni dati tecnici. In termini meno aziendali, il negozio può verificare se ho letto la sua mail.

La spiegazione avrebbe senso se quelle informazioni venissero davvero usate per correggere le campagne. Nel mio caso, invece, basterebbe osservare che cancello sistematicamente ogni comunicazione senza aprirla. Mi iscrivo alle newsletter soprattutto per ottenere la riduzione promessa alla cassa: ho una dipendenza dagli sconti che non ha bisogno di ulteriori dimostrazioni.

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Sconti, pubblicità e statistiche

Dopo l’iscrizione, lascio quasi sempre intatte quelle mail. Non mi serve che un negozio mi ricordi la propria esistenza, né che mi suggerisca come spendere denaro che non ho ricevuto. La loro funzione è soprattutto mantenere il marchio nella memoria del cliente, anche quando il cliente non ne sente alcun bisogno.

Ne discuto spesso con chi lavora promuovendo prodotti sui social. Secondo me la pubblicità appartiene a un’epoca in cui bisognava far sapere alle persone che esistevano Coca-Cola, Dixan o la carta da forno. Oggi quei nomi sono già noti; la promozione serve soprattutto a mantenere in attività i reparti marketing.

Qualcuno mi ha fatto notare che esistono persone con molti soldi e poca fantasia su come spenderli, magari perché non conoscono certi beni di lusso. Io penso ai trentenni che sui social raccontano di non essere mai stati così poveri e al contrasto tra chi desidera ciò che vede nelle vetrine e chi, davanti all’ennesima mail commerciale, si chiede perché il negozio abbia così bisogno di ricordargli di esserci.


Cosa misurano le newsletter

Substack mi aveva già comunicato che, per gli iscritti residenti in Italia e Francia, non avrei più potuto sapere se le mie mail venivano aperte. Avevo letto l’avviso senza preoccuparmi: mi interessa che gli abbonati continuino a pagare, non il numero delle loro aperture.

Le statistiche, del resto, non mi sono mai sembrate impeccabili. Substack sostiene che più aperture della stessa persona, effettuate da dispositivi diversi, valgano come una sola. Eppure mi è capitato di vedere un’iscritta associata a tre messaggi ricevuti e quarantasette aperture: probabilmente aveva inoltrato le newsletter a molti familiari.

Anche la drogheria dove anni fa trovai alcune merendine ormai introvabili deve avvisarmi che, finché rimarrò iscritta, potrà controllare se apro le sue comunicazioni. Il risultato somiglia a quello di chi pretende spiegazioni perché un messaggio non mostra le spunte azzurre.

Il paradosso è difficile da ignorare: a un negozio viene imposto di dichiarare che osserva una mail mai aperta, mentre a Google sembra consentito ottenere un numero che non ho mai consegnato. Le regole sulla privacy, almeno dal mio punto di vista, continuano a funzionare senza una logica comune.

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