Giovani in rivolta in Europa: dalle scuole ai palazzi del potere
Carovita, istruzione, corruzione e precarietà spingono migliaia di giovani in piazza tra Francia, Albania e Belgio, mentre cresce la sfiducia verso le istituzioni
Salari che non bastano, affitti fuori portata, scuole in difficoltà e istituzioni percepite come lontane: in diversi Paesi europei prende forma una protesta alimentata dalla stessa paura, quella di non riuscire a costruire il proprio domani. Le mobilitazioni hanno origini differenti, ma riuniscono una generazione che chiede opportunità, servizi e la possibilità di incidere sulle decisioni politiche.
A Bruxelles, Tirana e Parigi la contestazione ha assunto anche forme violente, con incendi, lanci di oggetti e interventi delle forze dell’ordine. Il quadro resta frammentato, ma il disagio attraversa confini e appartenenze politiche.
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Il costo dello studio accende il Belgio
In Belgio il malcontento è legato soprattutto all’aumento delle spese per l’istruzione e alle difficoltà economiche che gravano sulle famiglie. A Bruxelles, nella zona della Bourse, alcuni giovani hanno scagliato bottiglie e altri oggetti contro gli agenti, che hanno fatto ricorso ai lacrimogeni.
A Liegi la polizia ha impiegato gli idranti per disperdere i gruppi radunati. Le contestazioni degli studenti belgi si intrecciano con quelle francesi: al centro ci sono la scarsità di insegnanti, gli edifici scolastici inadeguati e le aule troppo affollate. Il ministro dell’Interno Bernard Quintin ha definito gli scontri incompatibili con una normale protesta pubblica.
Tirana, la piazza sfida Rama
In Albania, invece, la mobilitazione ha preso di mira direttamente il governo. Il 17 ottobre, migliaia di giovani sono tornati a manifestare a Tirana contro l’esecutivo guidato da Edi Rama, al potere dal 2013. Corruzione, poche prospettive professionali, difficoltà finanziarie e problemi del sistema educativo sono tra le ragioni portate in piazza.
Le tensioni si sono concentrate intorno alla sede del governo e ad altri palazzi istituzionali. Pietre, petardi e bottiglie incendiarie sono stati lanciati contro la polizia, che ha risposto con gas lacrimogeni, getti d’acqua e proiettili di gomma. Gli arresti sono stati oltre 160, mentre gli agenti feriti circa 130.
La protesta era stata preceduta dal movimento Flamingo, nato per contrastare un progetto turistico di lusso sulla costa meridionale, in una zona considerata di rilievo ambientale. L’iniziativa è legata a una società fondata da Jared Kushner, genero di Donald Trump, e ha rafforzato i timori sulla protezione del territorio e sui rapporti tra politica e grandi investimenti.
Tra i volti della mobilitazione c’è Marjana Koceku, parlamentare di 25 anni divenuta indipendente dopo la candidatura nelle liste del Partito socialista. La deputata si è schierata con i manifestanti e ha sostenuto che il futuro del Paese debba essere deciso dai cittadini: «I nostri genitori lo vedevano altrove, noi lo difendiamo qui». Rama ha respinto l’ipotesi di dimissioni, ribadendo che un governo può essere sostituito attraverso il voto e non attraverso la forza. Episodi di protesta sono stati segnalati anche fuori dalla capitale, compresa Durazzo.
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La Francia torna a riempire le piazze
In Francia la mobilitazione ha riunito una parte dei protagonisti delle proteste del 2018 e molti giovani. Il richiamo ai gilet gialli si è mescolato alle richieste della nuova generazione, che reclama accesso allo studio, lavoro, abitazioni e partecipazione alle scelte destinate a condizionare la sua vita. Da questa sovrapposizione è nata l’espressione «gilet giovani».
Le stime sulla partecipazione divergono: il ministero dell’Interno ha parlato di circa 550 mila persone distribuite in 110 cortei, mentre gli organizzatori hanno indicato quota 800 mila. A Parigi sono stati danneggiati esercizi commerciali, sono divampati roghi e la polizia ha utilizzato gas e granate. Sulla statua della Repubblica è comparso un grande gilet giallo, poi gli idranti hanno disperso i manifestanti.
Il bilancio provvisorio comprende circa 1.200 fermi e 150 agenti feriti. Le tensioni hanno raggiunto anche Lione, Marsiglia e Lille; a Limoges il municipio è stato incendiato. A Saint-Étienne, inoltre, un diciassettenne ha subito l’amputazione di una mano dopo lo scoppio di un ordigno lanciato durante gli scontri.
Il primo ministro Sébastien Lecornu ha attribuito le violenze all’«ultrasinistra» e ha chiesto che i responsabili siano perseguiti. Parallelamente è aumentata la discussione sulle modalità dell’intervento degli agenti e si è allargata la distanza tra una parte dei giovani e Emmanuel Macron. I sindaci francesi hanno chiesto un confronto con il primo ministro per esaminare i danni e ottenere una ricostruzione trasparente degli episodi.
Una rabbia senza un solo confine
Le piazze europee non avanzano tutte le stesse richieste. In Spagna, per esempio, il tema più sentito è quello degli affitti; in Francia prevalgono le condizioni della scuola e il potere d’acquisto; in Albania pesano corruzione, lavoro e gestione del territorio.
A unirle è però una sensazione comune: il futuro appare sempre più difficile da raggiungere. Un manifestante a Parigi ha sintetizzato così il sentimento della piazza: «L’unico modo per vincere è stare tutti insieme». La protesta, nata da problemi diversi, diventa quindi il punto d’incontro di una generazione che non vuole limitarsi ad aspettare risposte.
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