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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Giovani in piazza, protesta contro sistema e repressione

Le mobilitazioni rifiutano vecchie etichette e denunciano disuguaglianze, esclusione, crisi sociale e risposta repressiva

Le piazze italiane sono tornate a riempirsi di giovani che contestano l’assetto sociale e politico esistente.

Secondo l’analisi di Alessia Manera, per comprendere queste mobilitazioni occorre guardare alle periferie e alle province, dove emergono più rapidamente i cambiamenti nei rapporti sociali e nelle forme della protesta. Le manifestazioni sfuggono alle categorie abituali e mettono in discussione le letture consolidate.

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Una generazione oltre i confini

La contrapposizione tra un noi e un loro, che il potere tenterebbe di alimentare, non riuscirebbe a dividere una generazione abituata a riconoscersi in esperienze comuni. Scuola, parchi, metropolitane e centri commerciali diventano luoghi di incontro anche quando gli spazi di socialità vengono ridotti dalla speculazione e dal predominio del consumo.

Questi giovani hanno riferimenti culturali più ampi rispetto alla sola storia occidentale. Parlano più lingue, consultano informazioni provenienti da aree diverse del mondo e conoscono modelli sociali differenti, con pregi e limiti. Da qui nasce una maggiore consapevolezza del fatto che ogni realtà cambia a seconda del punto di vista adottato.


La risposta delle istituzioni

La separazione tra chi appartiene alla comunità e chi ne resta escluso si manifesta, secondo l’autrice, anche attraverso controlli basati sull’aspetto fisico o sull’origine. A questa logica vengono accostati i provvedimenti sulla sicurezza, descritti come strumenti rivolti soprattutto contro soggettività giovanili e persone con percorsi familiari non facilmente assimilabili.

Nel testo vengono ricordati diversi episodi: idranti diretti contro ambulanze a Bologna, mezzi blindati in piazza Duomo a Milano, percosse ai danni di medici e giornalisti e fermi di minorenni identificati per l’abbigliamento o per i tratti somatici. La profilazione razziale viene indicata come uno degli esempi più evidenti di questa linea repressiva.


La crisi del vecchio modello

Le mobilitazioni attuali si sviluppano mentre perde forza l’idea di una crescita continua, sulla quale per decenni si sono fondati i movimenti sociali occidentali. In quella visione, l’espansione economica e tecnologica avrebbe progressivamente allargato il sistema, mentre le crisi sarebbero rimaste fasi temporanee.

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L’autrice sostiene invece che l’accumulazione si sia trasformata in speculazione: risorse e valore verrebbero estratti dalle relazioni personali, economiche e politiche senza una restituzione equivalente. Il patto sociale risulterebbe così spezzato, soprattutto agli occhi di chi non lo ha mai conosciuto direttamente e ne ha ricevuto soltanto un racconto idealizzato.


Dalla protesta alla ricostruzione

Le piazze, in questa lettura, non esprimono soltanto un dissenso interno alle istituzioni. La loro composizione frammentata e l’assenza di una rappresentanza riconoscibile segnalerebbero il rifiuto di un modello complessivo, non la richiesta di una semplice correzione.

La contestazione colpirebbe anche i simboli attraverso cui il potere racconta se stesso: le vetrine dei negozi diventano quindi, nell’interpretazione dell’autrice, l’immagine di una narrazione più ampia da infrangere. Il sistema non avrebbe più risorse sufficienti per integrare tutti, dopo aver trasferito ricchezza dall’economia reale alla rendita finanziaria.


Una frattura sempre più visibile

Chi rimane escluso, secondo Manera, comprende che le possibilità di accesso a benessere e diritti sono diventate limitate. Da questa consapevolezza deriverebbe il rifiuto di un assetto incapace di garantire dignità e prospettive, insieme all’idea che non basti più difenderne le parti ancora funzionanti.

La repressione sarebbe il segnale della difficoltà del potere a negoziare e a concedere anche quote ridotte di benessere. La crisi viene descritta come economica, climatica, sociale e culturale, mentre l’Occidente non sarebbe più presentato come riferimento democratico, ma come centro di rendita, sfruttamento e saccheggio che coinvolge ormai anche le proprie società.

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