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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Giovani e saccheggi, la sinistra non trova risposte

Le proteste nelle città europee mostrano un disagio legato ai consumi, mentre i progressisti faticano a interpretarlo

Le proteste con saccheggi che da settimane coinvolgono diverse città europee hanno lasciato la sinistra senza una risposta politica riconoscibile.

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Le riforme chieste dagli elettori

Anche chi guarda con simpatia a queste manifestazioni, secondo i sondaggi richiamati nell’analisi, non sembra accontentarsi delle sommosse. L’elettore progressista vorrebbe interventi capaci di incidere sulle cause dell’ingiustizia sociale, non soltanto misure limitate come il salario minimo.

Il salario, proprio perché resta inserito in un rapporto di dipendenza economica, non appare sufficiente a modificare il modello esistente. Se l’ipotesi rivoluzionaria viene respinta, la domanda rivolta alla sinistra è quale trasformazione concreta sia ancora in grado di proporre.


Una protesta senza programma

Le rivolte si sono estese a Milano, Roma, Bologna, Parigi e ad altre aree della vecchia Europa. I protagonisti, spesso giovani incappucciati e in alcuni casi minorenni, non sembrano muoversi dietro parole d’ordine organizzate né prendono di mira, almeno finora, sedi di partito o simboli istituzionali.

Il richiamo alla tradizione marxista porta a leggere questi episodi come la possibile manifestazione di forze sociali che non trovano più spazio nell’assetto attuale. In passato una simile condizione sarebbe stata interpretata come l’anticipo di una trasformazione rivoluzionaria; oggi, in assenza di una proposta politica, rischia invece di travolgere anche i partiti progressisti insieme al vecchio ordine.


Il consumo al posto della classe

La rottura delle vetrine e la razzia di biciclette, abiti, calzature, oggetti costosi e persino dolci sembrano indicare un disagio diverso dalle mobilitazioni operaie dell’Ottocento e del Novecento. Non emerge il senso di appartenenza a una classe sfruttata, ma la frustrazione di chi si percepisce escluso dall’accesso ai beni desiderati.

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Quei ragazzi non paiono mettere in discussione la società dei consumi. Al contrario, ne hanno assimilato aspirazioni e simboli, fino a voler possedere gli stessi marchi esibiti dai ceti più ricchi, anche quando li considerano nemici. La rabbia colpisce così i negozi e le merci, senza arrivare a individuare il sistema economico che produce esclusione e disuguaglianza.


Il vuoto politico progressista

Secondo questa lettura, la sinistra non avrebbe riconosciuto in tempo il fenomeno perché ha perso contatto con fabbriche, quartieri popolari, territori e luoghi di aggregazione. Le forze che dichiarano di difendere ultimi, poveri ed emarginati faticano a capire dove si trovino oggi queste persone e quali siano le loro aspirazioni.

Un tempo il riferimento era la classe operaia, collocata nella produzione, mentre l’avversario veniva identificato nella borghesia e il socialismo offriva un orizzonte ideale. Oggi il corpo sociale appare disperso tra precarietà e consumi, il potere economico è concentrato anche in poche grandi multinazionali tecnologiche e l’esperienza dei Paesi del socialismo reale ha contribuito a indebolire il vecchio modello.


Quale alternativa al capitalismo

I partiti progressisti, stretti tra la ricerca di posizioni più radicali e l’inseguimento del centro, sembrano evitare di scegliere un gruppo sociale preciso a cui legarsi. Manca inoltre, nell’analisi proposta, una risposta alla domanda su come correggere o superare un capitalismo descritto come sempre più aggressivo e capace di consumare persino le proprie basi.

Riproporre ricette riformiste già rivelatesi inefficaci non basta, così come non appare praticabile il ritorno al socialismo tradizionale. Restano quindi da elaborare un progetto alternativo e un pensiero adeguato alle disuguaglianze contemporanee, capaci di dare una direzione politica al disagio che oggi si esprime soprattutto attraverso la rabbia e i saccheggi.

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