Giordano teme la rete: ma chi è davvero il paranoico
Dalla teoria del complotto di Jerry Fletcher alle cautele quotidiane tra posta elettronica, archivi remoti e intelligenza artificiale.
Jerry Fletcher, il tassista interpretato da Mel Gibson in «Ipotesi di complotto», vive convinto che ogni coincidenza nasconda un disegno preciso. Nel film del 1997 pubblica persino un bollettino ciclostilato intitolato «Conspiracy Theory», che nessuno finanzia e che nessun sistema automatico può certificare come autenticamente suo.
La sua ossessione oggi sembra meno distante di quanto apparisse allora. A colpirmi, però, sono state soprattutto le reazioni suscitate dall’articolo di Paolo Giordano: quando qualcuno racconta di non utilizzare l’intelligenza artificiale, o suggerisce cautela verso questi strumenti, c’è sempre chi reagisce come se fosse stata proposta una legge contro il progresso.
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La prudenza digitale ha molte forme
Giordano ha raccontato le proprie inquietudini tecnologiche e l’intenzione di acquistare un computer mai collegato a Internet. È il genere di dispositivo che, nei film, scelgono i personaggi intenzionati a proteggersi da apparati deviati, sorveglianza e grandi aziende capaci di raccogliere ogni informazione.
Leggendo quelle considerazioni ho cambiato idea più volte, fino a pensare che Giordano avesse assunto il punto di vista di Jerry Fletcher per scrivere il pezzo. E qui arriva l’avvertenza per i lettori più giovani: il film ha ventinove anni e, per chi non lo avesse ancora visto, questa riflessione può contenere anticipazioni sulla storia.
Le mie paure, invece, non sono costanti. Quando accedo al conto dall’Internet di un bar immagino che qualcuno possa svuotarlo, ma alla fine procedo comunque. Nella vita quotidiana vincono quasi sempre la comodità e la pigrizia: potrei aspettare di rientrare a casa per fare un bonifico, però ho già il cappuccino davanti e qualche minuto libero.
Un paranoico come Fletcher, fermo mentalmente al 1997, diffiderebbe probabilmente anche della connessione domestica. Non avrebbe però potuto immaginare che avremmo affidato dati delicatissimi alla rete del barista, pur di non rimandare un’operazione semplice.
I file non rendono tutto sicuro
Sull’archiviazione remota ho adottato precauzioni molto prima di Giordano. Non temo che Sam Altman possa appropriarsi dei miei esercizi: semplicemente, per un periodo ho conosciuto una persona che trascorreva le notti a esplorare gli archivi digitali di persone famose. Non cercava denaro, voleva soltanto curiosare.
Se una persona dedica il proprio tempo a entrare nei dati altrui, è ragionevole pensare che ne esistano molte altre. E qualcuna potrebbe persino trovare interessanti informazioni che, ai miei occhi, sono del tutto insignificanti.
Anche il mondo editoriale conosce problemi simili. Esiste chi registra indirizzi di posta elettronica quasi identici a quelli degli addetti ai lavori e li adopera per farsi mandare in anticipo i file dei libri. Il rischio aumenta quando entra in gioco la vanità: potrei credere che Alessandro Baricco mi chieda personalmente l’ultima versione del mio testo e non accorgermi dell’inganno, anche perché usa un’espressione perfettamente plausibile come «ultima fatica».
Per questo il ritorno alla carta avrebbe almeno un vantaggio: un manoscritto fisico può andare perduto, bruciare o finire in un fiume, assumendo una concretezza che un documento condiviso non possiede. Basti pensare al testo di Jo March distrutto dalla sorella in «Piccole donne» oppure alle pagine gettate nell’Hudson dalla ex compagna del personaggio di Kenneth Branagh in «Celebrity».
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La stessa forza degli oggetti è emersa dal racconto di Billy Crystal sull’incendio che l’anno scorso ha devastato la zona di Los Angeles in cui abitava. Lui e la moglie riuscirono ad andarsene con gli abiti che indossavano e senza valigie, portando soltanto gli album fotografici. Le immagini del matrimonio dei genitori di Crystal, nato nel 1948, non erano conservate in un archivio remoto: potevano essere afferrate e portate via.
La posta ordinata senza algoritmi
Con l’intelligenza artificiale integrata nella posta elettronica ho scelto la diffidenza fin dall’inizio, disattivando subito la funzione. Giordano, invece, l’aveva lasciata attiva per non trovarsi sommerso dai messaggi senza risposta: il sistema divideva le comunicazioni pubblicitarie da quelle personali.
Una soluzione più semplice consiste nel distribuire i messaggi su più caselle. In una possono finire gli avvisi commerciali, utili per controllare gli abbonamenti e seguire la consegna di un acquisto fatto da Net-à-porter. Un’altra può raccogliere la corrispondenza di lunga durata, quella aperta anni fa e ancora usata dagli uffici stampa, dalle case editrici e dalle persone a cui si risponderà prima o poi.
Una terza casella può essere riservata alle notifiche delle reti sociali, destinate a restare lì senza disturbare. Quella davvero operativa rimane invece sul telefono e serve per il lavoro e per gli amici di vecchia data; chi arriva da un altro indirizzo viene considerato posta indesiderata. Così la casella principale non accumula arretrati e non c’è bisogno di affidarne il riordino a un algoritmo.
Ogni settimana scrivo un bollettino e, ogni settimana, uso la funzione di Substack che prova a stimare quale parte del testo sia stata prodotta da una persona. È un gesto che mi diverte, perché mi piace ricevere la conferma che le mie frasi siano abbastanza imprevedibili da non sembrare generate automaticamente. Pangram, però, non può sapere chi abbia scritto davvero il testo: confronta soltanto le combinazioni di parole con quelle già incontrate altrove.
La questione cambia quando si osservano le reazioni degli altri. In passato avevo spiegato di non avere mai utilizzato l’intelligenza artificiale, e qualcuno mi aveva aggredita come se stessi rivendicando una scrittura con la Olivetti o il rifiuto di qualsiasi innovazione.
Forse quelle persone si sentono chiamate in causa anche quando ascoltano una semplice esperienza personale. Oppure confondono un’opinione sull’effetto dell’intelligenza artificiale nella scrittura con il tentativo di impedirne l’uso. Dire che uno strumento non migliora necessariamente ciò che si scrive non equivale a voler vietare la televisione a colori.
Nel film, Jerry Fletcher irrompe nell’ufficio di un’avvocatessa del ministero della Giustizia, interpretata da Julia Roberts, e sostiene che terremoti, spostamenti del presidente e orbite dello spazio siano collegati a un programma segreto della Nasa. La sua spiegazione appare delirante sia alla donna sia agli spettatori, almeno fino a quando la vicenda comincia a mostrare che dietro alcune sue paure potrebbe esserci qualcosa di concreto.
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