Gheddafi, l’ultima protezione italiana non bastò: la svolta del 2011
Dal rapporto speciale con Roma agli avvertimenti sugli attacchi americani, fino alla caduta del Colonnello e al caos che ha travolto la Libia.
Il 20 ottobre 2011, nelle strade di Sirte, Muammar Gheddafi veniva catturato, torturato e ucciso. Sul suo volto insanguinato si chiudeva una stagione controversa: quella di un leader responsabile di repressioni e violenze, ma anche interlocutore privilegiato dell’Italia, capace per decenni di alternare collaborazione e minacce.
La sua morte non aprì una fase di liberazione stabile. La Libia precipitò invece nella frammentazione, mentre le potenze straniere trasformavano il Paese in un terreno di scontro e le tribù, mai davvero ricomposte dal regime, riaccendevano il conflitto.
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L’Italia tra alleanze e ricatti
Il rapporto tra Roma e Tripoli cominciò a consolidarsi poco dopo la presa del potere di Gheddafi, avvenuta nel 1969. Nel 1971 Roberto Jucci, allora ufficiale del Sid e in seguito comandante generale dei Carabinieri, fu inviato in Libia da Aldo Moro per incontrare il nuovo leader e costruire un’intesa con l’Italia. L’iniziativa irritò fortemente il Regno Unito, ma offrì al Colonnello un’occasione decisiva sul piano internazionale.
L’amicizia, tuttavia, rimase sempre instabile. In un discorso pronunciato a Misurata, Gheddafi chiese risarcimenti per il passato coloniale italiano; Moro giudicò quelle parole ostili e le definì “inesplicabili”. Negli anni successivi, però, Roma continuò a mantenere aperto il canale con Tripoli, anche mentre i servizi italiani contrastavano i dissidenti libici e il regime cercava sponde in ambienti opachi della politica, della massoneria e della criminalità siciliana.
Secondo la testimonianza dell’ambasciatore Antonio Badini, consigliere diplomatico di Bettino Craxi, il leader socialista avvertì Gheddafi dell’imminente attacco statunitense del 1986. Senza quell’allarme, il bombardamento avrebbe potuto colpirlo direttamente. L’episodio è stato confermato anche da Abdelraman Shalgam, già ambasciatore e ministro degli Esteri libico; Giuliano Amato ha inoltre sostenuto che Craxi avrebbe informato il Colonnello di un pericolo analogo nel 1980, collegandolo alla strage di Ustica.
La caduta e il vuoto lasciato
Nel 2011 gli Stati Uniti decisero di sostenere l’intervento contro il regime e coinvolsero la Nato. Poco prima, Silvio Berlusconi aveva ricevuto Gheddafi a Roma con una visita spettacolare: amazzoni incaricate della sicurezza e una tenda allestita a Villa Pamphili erano diventate i simboli di quel rapporto personale e teatrale.
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Secondo questa ricostruzione, Berlusconi avrebbe avuto margini per opporsi all’operazione, ma scelse di non entrare in conflitto con il Dipartimento di Stato americano. L’Italia, che per anni aveva cercato un’intesa mediterranea con il Colonnello, non riuscì così a impedirne la fine.
La scomparsa di Gheddafi lasciò una Libia divisa. Le tribù storiche tornarono a combattersi e il Paese divenne terreno di influenza per milizie e mercenari, mentre l’Europa cercava di contenere le partenze dei migranti finanziando strutture di detenzione libiche. Il risultato fu una spirale di violenze e soprusi che, secondo il testo, continua ancora oggi.
Il caso Al Masri riapre le ferite
A completare il quadro viene richiamata la vicenda di Al Masri, accusato di crimini e torture e destinatario di un provvedimento della Corte penale internazionale. La sua riconsegna a Tripoli, nonostante la richiesta di arresto, viene indicata come uno degli episodi più gravi nei rapporti recenti tra Italia e Libia.
Il caso viene presentato come il segno di una continuità tra le ambiguità della Guerra fredda e le decisioni contemporanee sulla gestione dei migranti e dei rapporti con le autorità libiche. La parabola del Colonnello, iniziata con l’intesa energetica e diplomatica con Roma, si è conclusa dunque con la sua uccisione e con una crisi che il Paese non ha ancora superato.
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