Gasolio e voto Usa: la scommessa di Trump può cedere su Kiev
L’intesa energetica con Putin dovrebbe frenare i prezzi prima del 3 novembre, ma incontra ostacoli politici, legali e produttivi che ne minacciano l’esito.
Il piano con cui Donald Trump punta a contenere il caro-energia e arrivare alle elezioni del 3 novembre con un risultato da rivendicare rischia di trasformarsi in un boomerang. L’accordo sul gasolio raggiunto con Vladimir Putin dovrebbe riportare sul mercato statunitense e internazionale grandi quantità di carburante, ma per funzionare richiede la collaborazione di Mosca, Kiev e del Congresso.
La Casa Bianca ha inoltre sospeso alcune sanzioni contro la Russia, collegando la scelta alla necessità di ridurre rapidamente il costo della vita. Dietro la strategia energetica, però, si intravede un calcolo elettorale: l’amministrazione teme di arrivare al voto con la guerra ancora aperta, lo Stretto di Hormuz bloccato e gli americani alle prese con prezzi sempre più elevati.
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La guerra torna utile a Trump
Il quadro è cambiato dopo il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti hanno iniziato i bombardamenti su Teheran. A Washington si prevedeva una vittoria in quattro o cinque settimane, ma l’operazione non ha raggiunto l’esito annunciato. Minacce, trattative e promesse di investimenti miliardari agli ayatollah non hanno risolto la crisi, mentre il conflitto si è trascinato oltre le aspettative.
Nel corso dell’estate, l’ipotesi di affrontare le elezioni di metà mandato durante una guerra ancora in corso ha iniziato a preoccupare i responsabili dell’amministrazione. In questo scenario l’Ucraina, rimasta per mesi ai margini dell’agenda, è tornata centrale: un’intesa tra Mosca e Kiev dovrebbe garantire nuove forniture di gasolio e contribuire a raffreddare le quotazioni energetiche.
Per Trump, la priorità non è convincere gli europei o rassicurare il governo ucraino, ma proteggere il consenso tra gli agricoltori del Montana, le industrie del Midwest e i consumatori delle grandi città. Il presidente sembra quindi disposto a riaprire il canale economico con Putin, anche al prezzo di lasciare Kiev più esposta alle pressioni russe.
Kiev resiste alle pressioni
Per rendere operativo il progetto, Washington deve prima fermare la campagna ucraina contro le raffinerie russe. Trump ha chiesto a Kiev di interrompere gli attacchi, mentre le forze di Mosca hanno continuato a colpire le infrastrutture energetiche ucraine. Il presidente statunitense ha anche attaccato pubblicamente Volodymyr Zelensky, arrivando a sollecitarne le dimissioni.
Nel frattempo, l’esercito ucraino ha perso l’accesso a Starshield, la versione militare di Starlink finanziata dal Pentagono e utilizzata per la condivisione delle informazioni sul campo. La decisione aumenta la pressione su Kiev, ma non ha prodotto l’effetto sperato: Zelensky ha annunciato la ripresa delle azioni contro gli impianti di raffinazione russi, segnalando di non considerare inevitabile una pace costruita a danno dell’Ucraina.
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Il presidente ucraino può contare anche sul sostegno europeo e sulle debolezze dell’accordo. L’intesa, infatti, si scontra con la legge statunitense del 2022 che vieta l’importazione di prodotti energetici russi fino alla fine della guerra e al riconoscimento dell’integrità territoriale ucraina.
Congresso e produzione sono ostacoli
Trump potrebbe ignorare la norma e aprire un nuovo scontro con il Congresso. In questo caso, tuttavia, dovrebbe affrontare non soltanto i Democratici, ma anche una parte consistente dei Repubblicani. In una lettera, un gruppo trasversale di senatori, tra cui Mitch McConnell, Alan Armstrong e John Cornyn, ha chiesto di cancellare l’intesa: «È un regalo al nostro avversario e un tradimento nei confronti dei nostri alleati».
A complicare ulteriormente la situazione sono attesi ricorsi giudiziari per la presunta violazione della legge e per l’eventuale eccesso di potere esecutivo. A promuoverli potrebbero essere associazioni, parlamentari e operatori commerciali interessati dagli effetti dell’accordo.
Resta poi da capire se la Russia disponga davvero della capacità industriale necessaria. Gli attacchi dei droni ucraini hanno danneggiato diversi impianti di raffinazione e una nuova offensiva potrebbe ridurne ancora la produzione. Le prime 300 tonnellate previste, dal valore stimato di circa 400 milioni di dollari, non rappresentano per Mosca un guadagno tale da giustificare il sacrificio del mercato interno.
Per Putin, il vantaggio sembra soprattutto politico: l’intesa dimostra che Trump ha scelto di scaricare Zelensky. Sul piano energetico, invece, i quantitativi appaiono insufficienti, le raffinerie sono in difficoltà e la logistica resta piena di ostacoli. L’accordo potrebbe dunque non bastare a ridurre la crisi né a rilanciare il presidente prima del voto: un annuncio destinato a produrre consenso rischia di rimanere soltanto una promessa.
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