2.000Lettori online ora
Attualità 3 min di lettura51 min fa

Gasolio a 2,19 euro, Bersani attacca: «La vera svolta è altrove

L’ex segretario del Pd critica i provvedimenti sul carburante, denuncia l’assenza di riforme e indica nelle tensioni internazionali una causa decisiva dei rincari.

Il prezzo del gasolio resta sopra quota 2 euro al litro nonostante i nuovi limiti applicati da alcune compagnie. Per Pier Luigi Bersani, intervenuto a Dimartedì su La7, il problema non si risolve con interventi temporanei: la politica dovrebbe affrontare le cause internazionali della crisi e intervenire sulle distorsioni del sistema fiscale.


Bersani contesta il sollievo alla pompa

L’ex segretario del Partito democratico ha criticato il modo in cui vengono presentate le riduzioni decise dai distributori. «Ci siamo ridotti a festeggiare il gasolio a 2,19 euro, quando prima era a 1,60», ha osservato, sostenendo che il dato continui a rappresentare un livello molto elevato.

Secondo Bersani, il dibattito pubblico evita di indicare quella che considera la questione centrale: le tensioni geopolitiche, soprattutto in Medio Oriente. A suo giudizio, Donald Trump e Benjamin Netanyahu dovrebbero uscire dalla scena politica e contribuire a rimediare alle conseguenze delle loro scelte, che avrebbero rafforzato i regimi islamici e aggravato l’instabilità internazionale.


I tetti non cambiano le medie

I numeri disponibili al 30 settembre confermano il peso dei rincari. In media nazionale, la benzina venduta in modalità self-service si colloca attorno a 2,15 euro al litro, mentre per il diesel le rilevazioni indicano valori compresi tra 2,32 e 2,37 euro.

Dal 28 settembre Eni ha fissato presso le stazioni Enilive un limite di 1,99 euro per la benzina e di 2,19 euro per il gasolio, anche lungo la rete autostradale. Italiana Petroli ha adottato un’impostazione analoga e Q8 ha annunciato una misura simile dal 1° ottobre. L’impatto sulle quotazioni complessive, però, resta contenuto perché molti impianti e le cosiddette pompe bianche mantengono prezzi più alti.


L’accusa di propaganda elettorale

Bersani ha inserito la vicenda dei carburanti nel bilancio dell’attuale legislatura. A suo avviso, le decisioni del governo Meloni avrebbero soprattutto una funzione comunicativa e ideologica, senza tradursi in cambiamenti strutturali sui problemi più pesanti del Paese.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

«In quattro anni non abbiamo visto una riforma seria su problemi che sono grossi», ha detto durante la trasmissione, collegando la sequenza dei provvedimenti alla possibile prospettiva elettorale. L’ex ministro ha inoltre sostenuto che l’esecutivo abbia aumentato le ore lavorate senza migliorare il potere d’acquisto: più lavoro, nella sua ricostruzione, ma salari reali più deboli.


Il nodo fiscale resta aperto

Nel confronto con Giovanni Floris sono emersi anche i dati sulla distribuzione dell’Irpef. Il 65% dell’imposta grava su 8 milioni di contribuenti, mentre 9 milioni di persone presentano una dichiarazione senza versare imposte; inoltre, 24 milioni di italiani, pari al 42% della popolazione, non dichiarano redditi.

Per Bersani serve una revisione complessiva del sistema, perché la progressività finirebbe per pesare soprattutto su chi già paga l’Irpef. Ha richiamato il meccanismo noto come fiscal drag, cioè l’aumento del prelievo prodotto dagli scatti di reddito nominali quando gli stipendi crescono per effetto dell’inflazione, senza un adeguamento degli scaglioni.

L’ex segretario del Pd ha quindi proposto di eliminare i bruschi passaggi tra le aliquote e di introdurre una progressione continua. Con un’inflazione prevista oltre il 3%, ha avvertito, il mantenimento delle regole attuali potrebbe sottrarre ai contribuenti tra 2 e 4 miliardi di euro in un anno.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere