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Attualità 4 min di lettura7 ore fa

Garlasco, il giallo dei pedali: cosa sapeva già la difesa Stasi

I risultati senza profilo genetico non sarebbero stati occultati: erano già disponibili nel 2007, mentre il Dna di Chiara sui pedali resta un dato processuale acquisito

Il nodo delle analisi sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi non riguarda soltanto l’esistenza di risultati negativi, ma soprattutto il momento in cui furono conosciuti e il loro reale significato. La nuova chiusura delle indagini della Procura di Pavia, che indica Andrea Sempio come autore dell’omicidio di Chiara Poggi, richiama una consulenza secondo cui quei dati avrebbero potuto scagionare Stasi. Gli atti dell’inchiesta originaria, tuttavia, mostrano che la difesa era già stata informata dell’esistenza di esiti senza profilo utile nel settembre 2007.


Il dato negativo era già disponibile

Al centro della discussione ci sono due analisi riferite al campione identificato con la sigla “bu_p”, ottenuto dai pedali e dal quale era stato ricavato il Dna attribuito a Chiara Poggi. Nei dati acquisiti dalla nuova indagine compaiono file associati al 20 settembre 2007, circostanza che ha alimentato l’ipotesi di una controanalisi non depositata dai carabinieri del Ris.

Un verbale firmato dal genetista Francesco Maria Avato, però, indica che la difesa di Stasi conosceva già il 24 settembre l’esistenza di risultati negativi. Il documento accompagnava osservazioni sulla relazione preliminare e chiedeva ulteriori verifiche, perché alcuni esiti apparivano ancora provvisori. Anche l’ex generale Luciano Garofano ha sostenuto che quei dati erano stati messi a disposizione della difesa.

La ricostruzione ridimensiona quindi l’idea di un risultato scomparso e mai comunicato. Resta da chiarire, piuttosto, come interpretare la diversa datazione dei file e quale valore attribuire ai vari tentativi di analisi compiuti sul campione.


La data del file alimenta l’equivoco

Secondo Marzio Capra, consulente della famiglia Poggi, i file non documenterebbero una nuova analisi negativa eseguita dopo l’individuazione del Dna di Chiara. La data del 20 settembre sarebbe quella dell’ultima modifica del documento, mentre l’analisi risalirebbe al 10 settembre, quando il materiale biologico era ancora inibito e non consentiva di ottenere un profilo utilizzabile.

In questa lettura, il primo tentativo non produsse un risultato comparabile. Nei giorni successivi i tecnici del Ris di Parma lavorarono sul campione; il 19 settembre una prima corsa del sequenziatore fu compromessa da un problema tecnico, indicato nei dati come “campione evaporato”. Da quella procedura emersero soltanto sei marcatori riconducibili a Chiara Poggi.

Una ripetizione effettuata poco dopo diede invece due profili completi, entrambi compatibili con la vittima per 15 marcatori. Per Capra, il riferimento decisivo sarebbe dunque la data dell’analisi e non quella della modifica del file: il tentativo del 10 settembre risultò infruttuoso, ma il successivo esame portò all’identificazione del Dna di Chiara sui pedali.

La legale di Stasi, Giada Bocellari, contesta questa spiegazione e ritiene che la ricostruzione sovrapponga momenti diversi. «Fa sorridere perché il campione è stato prelevato l’11 settembre 2007, le corse sono del 20 settembre. Si tenta di fare confusione quando bisognerebbe rassegnarsi all’evidenza», ha affermato.

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Il processo aveva già registrato esiti diversi

Nel procedimento a carico di Stasi, celebrato con rito abbreviato, il Dna di Chiara Poggi su uno dei pedali è stato comunque acquisito come elemento processuale. Il giudice per l’udienza preliminare Stefano Vitelli affidò una serie di perizie a Lorenzo Varetto, Carlo Robino e Fabrizio Bison, comprese quelle sul materiale biologico trovato sulla bicicletta.

I periti analizzarono nuovi prelievi eseguiti sia dal Ris sia dai consulenti nominati dal tribunale. Le successive spazzolature, le microtracce e i campioni raccolti sulle superfici dei pedali non restituirono però un’altra volta un profilo completo attribuibile a Chiara. In più casi la quantità di Dna risultò insufficiente; un ulteriore campione presentava un profilo scarso e degradato, non affidabile per una comparazione.

La stessa sentenza di assoluzione di Stasi dava conto della presenza di campioni con quantificazione negativa. Questo elemento, dunque, era già emerso durante il primo grado e non rappresentava una scoperta successiva rimasta completamente estranea al processo.


La traccia non prova l’origine biologica

Un ulteriore limite riguardava la natura del materiale da cui era stato estratto il profilo genetico. Gli accertamenti non confermarono la presenza di emoglobina umana, perciò la perizia non consentiva di stabilire che il Dna fosse stato trasportato da sangue.

I tecnici presero in considerazione anche altre possibili origini, tra cui saliva, muco o tessuti molli ricchi di cellule. Il quadro processuale resta quindi duplice: da una parte c’è un profilo completo compatibile con Chiara Poggi, dall’altra non è stato possibile determinare con certezza né la natura della traccia né il modo in cui sia arrivata sul pedale.

La questione delle analisi negative può incidere sulla lettura complessiva della prova, ma gli atti citati nel procedimento originario non dimostrano, allo stato, che il Ris abbia occultato alla difesa un risultato decisivo. Indicano piuttosto l’esistenza di più tentativi, con esiti differenti, già conosciuti durante le fasi iniziali dell’indagine.

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