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Attualità 3 min di lettura4 ore fa

Garlasco, il Dna sulla bici divide ancora le parti: cosa dicono i test

La nuova lettura dei dati genetici riaccende il confronto tra accusa e difesa di Alberto Stasi sulla traccia trovata sui pedali della bicicletta.

Il punto centrale della nuova discussione sul delitto di Garlasco non è soltanto la presenza del Dna di Chiara Poggi sulla bicicletta di Alberto Stasi, ma il modo in cui sono state interpretate e datate le analisi. I dati originali, consegnati dal Ris di Parma alla Procura di Pavia lo scorso novembre, sono ora al centro della riapertura dell’inchiesta sull’omicidio del 13 agosto 2007.

A sostenere che non ci sia stata alcuna omissione è Marzio Capra, genetista consulente della famiglia Poggi e coinvolto nell’indagine sin dalle prime fasi. La difesa di Stasi, invece, contesta la ricostruzione e ritiene che alcuni risultati sfavorevoli all’imputato non siano stati comunicati correttamente all’epoca.


Il nodo delle date nei risultati

Secondo Capra, il 19 settembre 2007 una nuova analisi del materiale prelevato sui pedali avrebbe individuato il profilo genetico di Chiara Poggi in 15 marcatori. Un primo tentativo effettuato nella stessa giornata aveva prodotto un esito parziale, anche a causa di un problema tecnico del sequenziatore e dell’evaporazione del campione.

Nei giorni precedenti, i tecnici del Ris avevano cercato di trattare il materiale per renderlo analizzabile. Una successiva elaborazione, associata nei file alla data del 20 settembre, avrebbe però riguardato una prova eseguita il 10 settembre. Per Capra, la distinzione tra data dell’analisi e data dell’ultima modifica del documento spiega la presunta contraddizione: “Ciò che conta è la run date e la relazione del Ris conferma che se inizialmente siamo di fronte a un risultato negativo l’ultimo esito restituisce, invece, il dna della vittima sulla bici di Alberto Stasi”.

Il consulente sostiene inoltre che i controlli successivi non furono nascosti e che i risultati sarebbero già comparsi nella relazione del Ris del 2007. La traccia, tuttavia, non viene considerata da sola sufficiente a dimostrare la responsabilità di Stasi, condannato in via definitiva nel 2015 a 16 anni di reclusione dopo due assoluzioni nei precedenti gradi di giudizio.

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La difesa contesta la ricostruzione

L’avvocata Giada Bocellari, intervenuta a Retequattro, respinge la lettura di Capra. A suo giudizio, la documentazione disponibile mostra due esiti negativi e il materiale utile alla comparazione non sarebbe stato trasmesso alla Procura prima del fermo di Stasi, avvenuto il 24 settembre 2007 e poi non convalidato.

La legale afferma che la difesa avrebbe chiesto per sette o otto volte, già tra il 2017 e il 2018, di ottenere i dati grezzi custoditi dal Ris di Parma. Nel nuovo fascicolo aperto dalla Procura di Pavia sono state inoltre raccolte le testimonianze di cinque esperti dell’Arma. Bocellari ha definito di “gravità inaudita” l’ipotesi che un doppio risultato negativo possa essere stato taciuto.


L’indagine torna sui reperti

La Procura di Pavia sta quindi riesaminando documenti tecnici e testimonianze relative alle analisi compiute sui pedali della bicicletta. Il procuratore Fabio Napoleone ha riferito che la consulenza della difesa considera decisivo l’esito negativo associato al 20 settembre, mentre i consulenti della famiglia Poggi lo collegano a una prova eseguita nove giorni prima.

La controversia non modifica, da sola, il quadro giudiziario definitivo a carico di Stasi, ma riporta l’attenzione su un reperto già discusso durante il processo. La difesa attende anche l’esame delle dichiarazioni rese da un carabiniere del Ris che partecipò agli accertamenti e annuncia nuove valutazioni dopo averne analizzato integralmente il contenuto.

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