Garlasco, il Dna non basta: le altre prove contro Stasi
La condanna a 16 anni è stata confermata nonostante ritardi, accessi irregolari al computer e tracce compromesse durante i primi accertamenti.
La condanna di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi non si fondò esclusivamente sul materiale genetico individuato su un pedale. La Cassazione ritenne decisivo l’insieme degli elementi raccolti, pur riconoscendo gravi problemi nella fase iniziale dell’inchiesta: ritardi, omissioni e procedure investigative eseguite senza le necessarie cautele.
Il delitto avvenne il 13 agosto 2007 nella villetta della famiglia Poggi, a Garlasco. Con la sentenza n. 44324/2013, la Suprema Corte confermò la pena di 16 anni, sostenendo che il quadro probatorio superasse la soglia dell’“oltre ogni ragionevole dubbio”.
La scena del crimine fu compromessa
Uno dei nodi principali riguardò la gestione dell’abitazione. Venticinque persone, tra investigatori, medici legali e necrofori, entrarono nella villetta senza utilizzare i calzari previsti. Sei delle 17 impronte digitali complete rilevate appartenevano a tre ufficiali dei carabinieri privi di guanti, rendendo più complessa la distinzione tra tracce utili e contaminazioni.
Durante le operazioni andò perduto anche un altro elemento. Sul pigiama di Chiara, vicino alla spalla, erano state fotografate quattro impronte insanguinate attribuite all’aggressore. La traccia non fu però conservata materialmente: il corpo venne spostato sul pavimento sporco di sangue e le impronte scomparvero.
Laura Barbaini, intervenuta come rappresentante dell’accusa nel processo d’appello bis, collegò quei segni all’ipotesi che l’assassino avesse sollevato il cadavere per trascinarlo verso le scale. Secondo la ricostruzione accusatoria, le impronte delle scarpe sul tappetino del bagno e quelle di Stasi, mescolate al Dna di Chiara sul dispenser del sapone, contribuivano allo stesso quadro.
Computer e biciclette lasciarono dubbi
Il portatile di Stasi fu analizzato dopo accessi che, secondo la Cassazione, non rispettarono le procedure corrette. Prima dell’esame non venne realizzata una copia del disco e le operazioni eseguite nei giorni successivi alla consegna produssero alterazioni e perdita parziale dei dati, stimata nel 26,2 per cento dei file.
Dalle informazioni rimaste risultava attività sul computer tra le 9.36 e le 12.20. Per l’accusa, quell’intervallo avrebbe consentito a Stasi di raggiungere la casa dei Poggi, uccidere Chiara, ripulirsi e rientrare prima della chiamata al 118 delle 13.49. La difesa, allora affidata al professor Angelo Giarda, collocava invece il delitto tra le 9.30 e le 10.30 e sosteneva che il giovane fosse rimasto al computer fino alle 13.30.
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Un altro passaggio controverso riguardò la bicicletta nera da donna osservata da una testimone vicino all’abitazione intorno alle 9. Il mezzo riconducibile alla famiglia Stasi fu soltanto visionato e venne sequestrato nel 2014, sette anni dopo il delitto, durante il nuovo processo d’appello. Nel frattempo emerse anche l’esistenza di una seconda bicicletta nera nella casa al mare, mentre non furono verificati altri mezzi simili appartenenti a persone vicine alla vittima.
La Suprema Corte definì quella scelta un “anello mancante”, ma ritenne che la sua assenza non annullasse il resto delle prove. Quanto al Dna di Chiara sul pedale, la traccia rimase un dato processualmente acquisito, anche se il giudice dell’udienza preliminare Stefano Vitelli aveva assolto Stasi ritenendo impossibile stabilire quando il materiale genetico fosse arrivato sul componente.
Orari, scarpe e tracce trascurate
Anche la determinazione dell’ora della morte fu condizionata da errori e ritardi. Il cadavere non venne pesato perché all’obitorio mancava una bilancia adatta; la prima stima collocava il decesso tra le 10.30 e mezzogiorno, mentre in seguito l’intervallo fu spostato tra le 9.12 e le 9.35. Quando il corpo fu esaminato, poco dopo le 14, non era ancora comparso il rigor mortis.
Le impronte digitali di Chiara vennero rilevate soltanto dopo la riesumazione, avvenuta due giorni dopo il funerale. Anche le fotografie impiegate per studiare l’essiccazione del sangue riportavano un’ora errata, perché la macchina era regolata sull’ora solare. Inoltre non furono prese in considerazione tutte le immagini realizzate dal medico legale.
Le scarpe di Stasi furono sequestrate 19 ore dopo il ritrovamento del corpo. I carabinieri acquisirono quelle consegnate dal giovane, insieme ad altri cinque paia, ma non verificarono ulteriori calzature che potevano avere rilievo per l’indagine. Nel processo di primo grado era già stata considerata compatibile con le impronte sul pavimento una scarpa Frau numero 42, estiva, con suola a pallini; una negoziante riferì poi che Stasi avrebbe acquistato nel maggio 2007 un modello Geox o Frau della stessa misura, mai entrato nel processo d’appello bis.
Nella mano sinistra della vittima fu inoltre trovato un capello più corto e chiaro degli altri, completo di bulbo. Per quel reperto non venne tentato l’esame del Dna mitocondriale e, quando il perito lo analizzò anni dopo, non fu più possibile procedere all’estrazione.
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