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Attualità 4 min di lettura2 ott

Gandhi, Petrov e il rischio nucleare: la deterrenza non basta

Dalla riflessione di Kant al sangue freddo di Stanislav Petrov, la storia mostra come la sicurezza fondata sulle armi possa avvicinare invece di allontanare la catastrofe.

«Una bomba non può essere distrutta da un’altra bomba, come la violenza non può essere eliminata dalla violenza». Con queste parole, scritte da Mohandas K. Gandhi dopo Hiroshima e Nagasaki, si può riassumere il nodo ancora aperto della politica internazionale: la risposta armata non cancella necessariamente il pericolo, ma può moltiplicarlo. Il 2 ottobre, giorno della nascita di Gandhi, le Nazioni Unite celebrano la Giornata internazionale della nonviolenza, un’occasione per riproporre quella prospettiva mentre il confronto militare torna a coinvolgere l’Europa e le potenze nucleari.


La nonviolenza come scelta razionale

Per Gandhi, il superamento della violenza non era un atto di ingenuità, bensì l’unica via per sottrarsi a una spirale senza termine. La sua conclusione era netta: «Il genere umano può liberarsi dalla violenza soltanto ricorrendo alla nonviolenza». Applicato all’epoca delle armi atomiche, questo principio mette in discussione l’idea che l’accumulo di ordigni possa garantire automaticamente la pace.

La stessa critica viene ripresa oggi da chi invita a sostituire la logica della minaccia con strumenti fondati sulla trattativa, sulla riduzione degli arsenali e sulla diminuzione delle tensioni. In questa lettura, la sicurezza non nasce dalla capacità di distruggere l’avversario, ma dalla costruzione di rapporti cooperativi e di meccanismi capaci di impedire l’escalation.


Quando l’errore sfiorò la catastrofe

Un episodio del 26 settembre 1983 mostra quanto possa essere fragile l’equilibrio affidato alle procedure automatiche. Stanislav Petrov, tenente colonnello sovietico, era in servizio presso il sistema di controllo dello spazio aereo quando i monitor segnalarono quello che sembrava un attacco missilistico statunitense.

Le regole operative avrebbero richiesto una rappresaglia immediata e su larga scala, con il rischio di provocare una risposta altrettanto devastante da parte degli Stati Uniti. Petrov dubitò dell’allarme, lo interpretò come un possibile malfunzionamento tecnico e scelse di non avviare il contrattacco. La sua decisione interruppe una catena di automatismi che avrebbe potuto condurre a una guerra nucleare. Il 26 settembre è oggi dedicato dalle Nazioni Unite all’obiettivo dell’abolizione totale delle armi atomiche.


Kaliningrad al centro dello scenario

Il pericolo evocato da questi precedenti non è rimasto confinato alla Guerra fredda. Una simulazione realizzata nel 2019 da un gruppo dell’Università di Princeton, coordinato da Alex Glaser, ha ipotizzato un conflitto tra Russia e Nato a partire da un primo impiego nucleare tattico proveniente da Kaliningrad, territorio russo situato tra Polonia e Lituania.

Secondo quel modello, costruito sulla consistenza effettiva degli arsenali e sugli obiettivi strategici delle potenze coinvolte, la reazione degli Stati Uniti e della Nato avrebbe prodotto 85 milioni di morti in appena 45 minuti. A questo bilancio andrebbero aggiunte le vittime successive causate dalle radiazioni. Kaliningrad, già Königsberg e poi incorporata nella Russia dopo la sconfitta della Germania nazista, diventerebbe così il possibile punto di innesco di una tragedia globale.

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La lezione dimenticata di Kant

Nel 1795 Immanuel Kant, scrivendo a Königsberg il Progetto per una pace perpetua, indicò nell’abolizione degli eserciti permanenti una delle condizioni preliminari per la pace. Il filosofo osservava che la presenza stabile di forze armate spinge gli Stati a prepararsi continuamente al conflitto e alimenta una competizione destinata a non avere un limite.

Kant rilevava anche il peso economico degli arsenali: spese tanto elevate possono diventare insostenibili per i bilanci pubblici e trasformarsi, paradossalmente, in un incentivo alla guerra, vista come strumento per liberarsi di quel fardello. È il nucleo di ciò che gli studi contemporanei definiscono “dilemma della sicurezza”: le misure adottate da un Paese per sentirsi più protetto possono accrescere la paura degli altri e rendere tutti meno sicuri.


Il confronto europeo e l’alternativa

La guerra in Ucraina ripropone oggi questa dinamica. L’Unione Europea, schierata con la Nato, fornisce armamenti a Kyiv e partecipa al confronto con Mosca, invece di assumere — secondo la prospettiva sostenuta nel testo — un ruolo autonomo di mediazione per favorire una nuova architettura europea cooperativa e multipolare.

La Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina, ribadisce dal canto suo il possesso di armi nucleari e ne prospetta l’impiego qualora consideri minacciata la propria sicurezza. In questo quadro, la deterrenza non appare come una garanzia assoluta: dipende dalla disponibilità concreta a usare armi capaci di provocare una distruzione irreversibile.

Da Kant a Gandhi, passando per la scelta di Petrov, emerge quindi una critica della ragione bellica e della fiducia nell’accumulo degli armamenti. Prima che le simulazioni diventino realtà, l’alternativa indicata è ridurre la tensione, negoziare e disarmare, sottraendo le decisioni decisive agli automatismi militari.

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