Francia, l’argine anti-Le Pen si sgretola: la destra vede il traguardo
La sinistra resta lontana e il centro si divide: i sondaggi indicano Marine Le Pen in testa, mentre la sfida per il ballottaggio rischia di favorire Jean-Luc Mélenchon.
Il dato più pesante per gli avversari di Marine Le Pen non riguarda soltanto i sondaggi, ma la rottura dell’alleanza elettorale che per oltre vent’anni aveva fermato l’estrema destra francese. Con il centro diviso e la sinistra incapace di presentarsi unita, il secondo turno potrebbe trasformarsi in una sfida molto più favorevole alla leader del Rassemblement National.
La sua candidatura è oggi stimata tra il 31 e il 35 per cento al primo turno. Alle sue spalle, invece, nessun candidato appare ancora in grado di imporsi con chiarezza: Jean-Luc Mélenchon ed Édouard Philippe si contendono l’accesso al ballottaggio, mentre Raphaël Glucksmann resta più indietro nonostante la vittoria alle primarie progressiste.
Douglas
Fino al -25% su Douglas via app
La sinistra parte già in salita
Glucksmann ha ottenuto il 66 per cento dei voti alle primarie, lasciando Ségolène Royal al 7 per cento. Il risultato, però, è stato accompagnato da una partecipazione ridottissima: appena 120.000 elettori, contro i 2.844.000 che nel 2011 avevano scelto il candidato socialista alle presidenziali, poi diventato François Hollande.
Anche i rilevamenti demoscopici ridimensionano le possibilità del vincitore delle primarie. Glucksmann viene accreditato di una quota compresa tra l’11 e il 14 per cento, un livello che rende poco probabile un suo arrivo al secondo turno contro Le Pen. A complicare ulteriormente il quadro potrebbe intervenire Hollande, che valuta una candidatura autonoma dopo un mandato presidenziale considerato fallimentare e concluso senza la ricerca di una riconferma nel 2017, un caso senza precedenti nella storia recente delle presidenziali francesi.
Macron lascia il centro senza erede
La partita decisiva potrebbe giocarsi nello spazio centrista. Philippe, leader di Horizons e già primo ministro per tre anni, raccoglie secondo i sondaggi tra il 14 e il 19 per cento. Nella stessa area, tuttavia, si presenta anche Gabriel Attal, capo del governo per nove mesi nel 2024, che viene stimato tra il 5 e l’8 per cento.
Quei voti rischiano di sottrarre a Philippe il margine necessario per superare Mélenchon, indicato con percentuali analoghe ma generalmente leggermente superiori. La scelta di Emmanuel Macron di non individuare per tempo un successore ha così lasciato campo a una competizione interna tra due suoi ex primi ministri. La decisione di Attal è stata interpretata da alcuni come un modo per danneggiare Philippe, soprattutto dopo la crisi provocata dalla convocazione delle elezioni legislative anticipate seguita al risultato negativo delle europee.
Se Attal rinunciasse alla corsa, i sondaggi vedrebbero Philippe nettamente favorito nella sfida interna al centro e, di conseguenza, come principale antagonista di Mélenchon per il ballottaggio. Contro Le Pen, il centrista partirebbe comunque svantaggiato, ma con una distanza contenuta: le rilevazioni lo collocano tra il 46 e il 49 per cento. Una campagna elettorale efficace potrebbe quindi ridurre ulteriormente il divario.
Il vecchio fronte repubblicano non esiste più
La novità politica più rilevante è il tramonto del Front Républicain, il meccanismo attraverso cui forze molto diverse si univano al secondo turno per bloccare la destra radicale. Il 5 maggio 2002 Jacques Chirac arrivò all’82,21 per cento contro Jean-Marie Le Pen; quello stesso schema funzionò poi contro Marine Le Pen nel 2017, nel 2022 e alle legislative anticipate del luglio 2024.
Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.
Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.
Oggi quell’argine appare consumato. Una parte dell’elettorato non considera più il Rassemblement National come una formazione irricevibile e, nello stesso tempo, la contrapposizione tra sinistra radicale e centro ha reso molto più difficile una mobilitazione comune. La frammentazione dei rivali potrebbe dunque produrre un effetto simile, e forse ancora più favorevole, a quello osservato nel cosiddetto Campo Largo italiano.
La svolta moderata di Le Pen
Il cambiamento dell’immagine di Le Pen è uno dei motivi per cui il fronte anti-destra si è indebolito. La leader ha allontanato il padre dal partito nel 2015, ha modificato il nome della formazione e ha assunto posizioni più vicine al centro e alla tradizione neogollista. Sul piano internazionale ha sostenuto Israele, condannato l’antisemitismo e abbandonato l’orientamento filorusso, schierandosi a favore dell’Ucraina pur con aiuti calibrati sulle difficoltà finanziarie francesi.
La rottura più evidente riguarda però l’Europa. Dopo aver sostenuto nel 2017 l’ipotesi di un referendum sull’uscita dall’euro e dall’Unione europea, nel 2022 Le Pen ha rinunciato a quella linea. Il suo partito non propone più l’abbandono della moneta unica, ma una revisione delle regole europee dall’interno, con maggiore spazio alle prerogative nazionali e una contestazione della prevalenza del diritto europeo e dei vincoli del patto di stabilità.
Anche il programma economico è stato presentato in termini più moderati. Il progetto prevede una riduzione della spesa pubblica pari a 140 miliardi nell’arco di cinque anni, con l’obiettivo di attenuare l’aumento del costo della vita e conquistare il sostegno dei poteri economici. Il piano indica inoltre un debito pubblico al 112 per cento del prodotto interno lordo e un disavanzo inferiore al 3 per cento, mentre durante la presidenza Macron il debito è arrivato al 119 per cento e il deficit ha superato il 5 per cento.
La protesta giovanile non cambia i pronostici
Un’altra indicazione arriva dalle mobilitazioni studentesche, intrecciate con quelle dei giovani di seconda e terza generazione delle periferie. L’ondata di proteste non ha però prodotto, almeno per ora, un incremento misurabile del consenso per Mélenchon.
Il candidato della sinistra radicale conserva circa il 40 per cento del sostegno tra gli elettori più giovani, una quota già rilevata da mesi. La protesta, quindi, non sembra tradursi in una spinta elettorale aggiuntiva capace di modificare gli equilibri della corsa presidenziale.
Il quadro complessivo resta quello di un possibile passaggio del governo alla destra, favorito non soltanto dalla forza di Le Pen, ma anche dall’incapacità del centro e della sinistra riformista di costruire una piattaforma comune sul piano politico e programmatico.
Continua a leggere
Iran, sul tavolo la bomba da 9,7 tonnellate: nuova escalation
Washington prepara nuove opzioni contro siti nucleari ed energia iraniani, compreso il possibile impiego per la prima volta della più grande bomba non atomica americana.
Leone XIV, la ripresa comincia dal Gemelli: anche Trump si fa sentire
Il Pontefice ha ripreso a camminare, alimentarsi e fare fisioterapia respiratoria: gli esami confermano un’evoluzione regolare dopo l’intervento al polmone destro.
Ilhan Omar nel mirino: cittadinanza a rischio e scontro con Trump
Una perquisizione e numerosi mandati riaccendono il caso sulla naturalizzazione della deputata democratica, mentre Washington valuta una possibile causa per revocarle la cittadinanza.
Delfin, la quota di Lmdv può cambiare gli equilibri della famiglia
L’ipotesi di riacquisto del 12,5% detenuto da Leonardo Maria Del Vecchio si intreccia con le tensioni sulla governance e con le divisioni tra gli eredi