Fondi Ue, l’allarme delle Regioni: così cambia il potere
Il futuro bilancio europeo sposta il controllo verso gli Stati e ridimensiona il ruolo dei territori, con un modello vicino a quello del Pnrr.
La riforma del bilancio europeo rischia di ridurre drasticamente il peso delle Regioni nella gestione dei fondi comunitari. Il progetto in discussione sostituirebbe gli attuali programmi regionali con un unico piano nazionale per ciascun Paese, affidando ai governi centrali gran parte delle decisioni su investimenti e priorità.
A Bruxelles, dove si riuniscono amministratori locali e rappresentanti delle istituzioni europee, il fronte contrario è trasversale. Attilio Fontana, presidente della Lombardia, ha definito il percorso una minaccia per l’autonomia dei territori; posizioni analoghe sono state espresse da sei governatori dell’area progressista, riuniti in una dichiarazione a sostegno di “un’Europa dei territori e non un’Europa dei tagli”.
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Regioni escluse dalle decisioni
Secondo Kata Tüttő, presidente del Comitato europeo delle Regioni, il cambiamento non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili. “L’architettura del nuovo quadro finanziario pluriennale dell’Unione è profondamente cambiata, perché i fondi adesso andranno ai governi centrali che decideranno dove investirli”, ha spiegato. Il rischio, ha aggiunto, è che gli enti territoriali non siano più protagonisti nella definizione delle politiche destinate alle loro comunità.
L’ipotesi prevede infatti l’abolizione dei programmi operativi regionali, attraverso i quali oggi le Regioni gestiscono direttamente una parte significativa delle risorse per la coesione e l’agricoltura. Al loro posto arriverebbe un piano unico nazionale: il coinvolgimento dei territori e la quota loro assegnata dipenderebbero quindi soprattutto dalle scelte dei singoli governi.
Fontana denuncia la doppia regia
Fontana ha incontrato a Bruxelles il commissario europeo per la coesione e le riforme, Raffaele Fitto, e la presidente del Comitato delle Regioni. Il governatore lombardo ha contestato sia il trasferimento delle competenze verso le capitali nazionali sia il rafforzamento del controllo della Commissione europea. “È una strada molto pericolosa”, ha detto, parlando di una “doppia centralizzazione” incompatibile con la sua impostazione autonomista e federalista.
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La protesta non arriva soltanto dalla Lombardia. Antonio Decaro per la Puglia, Stefania Proietti per l’Umbria, Alessandra Todde per la Sardegna, Michele de Pascale per l’Emilia-Romagna, Eugenio Giani per la Toscana e Roberto Fico per la Campania hanno sottoscritto al Parlamento europeo una posizione comune contro l’accentramento delle risorse.
Meno gestione condivisa, più obiettivi
Un dato della Corte dei conti europea aiuta a misurare la portata della trasformazione: la parte del bilancio affidata alla gestione condivisa, che comprende tra gli altri i fondi di coesione e la politica agricola comune, passerebbe dal 66% del periodo 2021-2027 al 46% del ciclo 2028-2034. Secondo la Corte, la nuova impostazione potrebbe creare difficoltà amministrative per la Commissione e alterare l’equilibrio territoriale della spesa.
Il progetto richiama inoltre il funzionamento del Piano nazionale di ripresa e resilienza. I finanziamenti non verrebbero più assegnati principalmente sulla base delle spese documentate, ma in relazione al raggiungimento di obiettivi e tappe prestabilite, molte delle quali legate alle riforme indicate dall’Unione ai governi nazionali.
L’obiettivo dichiarato dai promotori è superare la frammentazione degli attuali 500 programmi europei, 51 dei quali italiani, e favorire una maggiore integrazione tra gli interventi. Per le Regioni, tuttavia, il nodo centrale resta la perdita di responsabilità diretta nella programmazione e nell’impiego dei fondi.
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