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Attualità 2 min di lettura59 min fa

Figli in questura, l’appello di Littizzetto: «A casa serve un adulto»

A Che tempo che fa la comica ha parlato del disagio dietro i gesti dei cosiddetti maranza e del ruolo difficile di famiglie e istituzioni

La telefonata della questura può trasformarsi, per un genitore, in un momento di vergogna e smarrimento. È da questa situazione che Luciana Littizzetto è partita nella puntata di domenica 25 ottobre di Che tempo che fa, dedicando la sua “letterina” alle famiglie dei cosiddetti maranza e, più in generale, a chi vive ogni giorno il rapporto con figli adolescenti.

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La vergogna non basta a spiegare tutto

Littizzetto ha raccontato la reazione di chi scopre che il proprio figlio è coinvolto in un furto o nella distruzione di una vetrina: il desiderio è quasi quello di sprofondare. Il genitore, pur avendo una fedina penale pulita e nessuna responsabilità diretta per il gesto, finisce comunque per sentirsi sul banco degli imputati.

Se un figlio mostrato in televisione normalmente alimenta l’orgoglio familiare, quando compare per una vetrina infranta lo stesso sentimento si rovescia in umiliazione. Secondo la comica, tuttavia, comprendere le ragioni di quei comportamenti non significa né giustificarli né cancellare le responsabilità.


Dietro i vetri rotti c’è il disagio

Nel suo intervento, Littizzetto ha chiamato in causa anche la politica, tanto la maggioranza quanto l’opposizione. A suo giudizio, il dibattito tende a privilegiare la punizione perché «raccoglie applausi», mentre rimangono sullo sfondo le condizioni che precedono quei gesti: solitudine, rabbia e mancanza di prospettive.

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Per questo ha descritto quei ragazzi come portatori di «destini già sfasciati in partenza», prima ancora del danno commesso. La risposta indicata dalla comica passa dal recupero del confronto dentro casa: non soltanto più controllo e presenza nelle strade, ma anche discussioni vere tra genitori e figli, capaci di far percepire la presenza di un adulto.


Il richiamo a Geppetto

Il messaggio finale è affidato alla figura di Geppetto, che con Pinocchio continua a insistere e non si arrende. Il riferimento serve a sottolineare la fatica del ruolo genitoriale, soprattutto quando il comportamento di un ragazzo provoca dolore, paura e senso di colpa.

La “letterina” si chiude così con un invito alla responsabilità degli adulti: affrontare i conflitti familiari, provare a capire ciò che alimenta la rabbia e mantenere il dialogo anche nei momenti in cui sarebbe più semplice limitarsi alla condanna.

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