Fiducia in calo in Italia per scuola e media
La rilevazione internazionale mette a confronto percezioni su futuro, istruzione, tecnologia, salute, lavoro e mezzi di comunicazione
In Italia scuola e informazione raccolgono meno fiducia rispetto alla media internazionale, secondo un’indagine condotta in 32 Paesi.
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Il giudizio sui mezzi d’informazione
Solo il 43% degli italiani considera attendibile la televisione nazionale, contro il 62% rilevato nel campione globale. Per le notizie diffuse attraverso la rete, il consenso si ferma al 37%, mentre all’estero raggiunge il 52%.
La distanza emerge anche sul piano dell’autonomia editoriale: l’82% degli intervistati in Italia pensa che i mezzi d’informazione tradizionali abbiano un orientamento politico. Si tratta di una percezione dei cittadini, non di una verifica sull’effettivo schieramento delle testate, ma il dato segnala una forte erosione della credibilità del settore.
Il 48% degli italiani riconosce invece ai creatori digitali la capacità di intercettare i problemi delle persone comuni. La valutazione riguarda la vicinanza alle esigenze del pubblico e non equivale necessariamente a un giudizio positivo sull’attendibilità dei contenuti.
Un futuro visto con cautela
Il sondaggio, realizzato dal 24 aprile al 5 giugno 2026 su 61.200 adulti, mostra una frattura tra la percezione della situazione generale e quella della propria vita. Soltanto il 34% pensa che il mondo proceda verso una condizione migliore, il 46% esprime lo stesso giudizio sul proprio Paese, mentre il 75% si dichiara fiducioso rispetto alla propria esistenza.
La distanza geografica è marcata. Nei 19 Paesi del Sud globale il 47% guarda con ottimismo all’evoluzione internazionale, quota che scende al 15% nei 13 Paesi del Nord globale. Anche le prospettive economiche dividono le due aree: 49% contro 19% per quanto riguarda la fiducia nell’economia mondiale.
Nel Sud globale il 75% ritiene inoltre che l’impegno personale possa migliorare la posizione sociale, rispetto al 60% del Nord globale. La media complessiva è del 69%, sei punti oltre il risultato del 2025.
Spese, cure e nuove tecnologie
L’aumento dei prezzi resta il timore più citato: lo indica il 56% degli intervistati, con un incremento di sei punti in dodici mesi. Le bollette energetiche rappresentano una voce di preoccupazione per il 34% del campione.
Per il benessere individuale pesano soprattutto la salute e la possibilità di ricevere cure, indicate dal 44%, oltre alla stabilità del reddito e dell’occupazione, segnalata dal 43%. Più della metà degli adulti considera inoltre spese quotidiane e debiti un ostacolo alla scelta di avere il numero desiderato di figli.
L’atteggiamento verso l’intelligenza artificiale è aperto, ma non privo di limiti. Il 57% sarebbe disposto a spendere per sviluppare competenze in questo campo, mentre l’80% esclude che una macchina debba avere l’ultima parola su assunzioni, processi giudiziari e decisioni sanitarie. L’85% sostiene una disciplina internazionale della tecnologia.
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La robotica viene accettata soprattutto per le attività pratiche: il 65% prevede che entro dieci anni i robot entreranno nella quotidianità e il 61% affiderebbe loro i lavori domestici. La disponibilità diminuisce quando sono coinvolti compiti di assistenza e cura.
Meno della metà del campione promuove il servizio sanitario del proprio Paese, ma il 63% accetterebbe un aumento delle imposte per assicurare cure accessibili a tutti.
Scuola e università in Italia
A livello internazionale, il 65% giudica eccessivo il prezzo dell’università rispetto ai vantaggi offerti alla maggioranza delle persone. Il 69% chiede inoltre ai governi di investire di più nella formazione professionale, anche per affrontare la trasformazione del mercato del lavoro legata all’intelligenza artificiale.
In Italia il 46% ritiene che l’istruzione garantisca ai bambini delle famiglie meno abbienti una concreta possibilità di migliorare la propria condizione. La media globale è del 60%, con una differenza di 14 punti.
Il giudizio sugli atenei è meno severo rispetto a quello medio internazionale: il 53% degli italiani considera il percorso universitario non adeguato al costo sostenuto, contro il 65% del campione complessivo. Tra i 32 Paesi osservati, è il terzo valore più basso.
Solo il 47% concorda con l’idea che, per ottenere un buon impiego, il titolo di studio conti più delle capacità dimostrate sul campo. È il secondo dato più contenuto a livello globale. Il risultato indica che una laurea continua a essere considerata utile, ma non viene vista come una garanzia automatica di successo professionale.
Il rapporto internazionale
I risultati arrivano dalla quinta edizione del FII PRIORITY Compass 2026, studio promosso dal Future Investment Initiative Institute insieme a Ipsos. La ricerca rileva una domanda diffusa di protezione economica, servizi pubblici accessibili e innovazioni sottoposte alla responsabilità umana.
Il quadro restituisce quindi una fiducia selettiva: le persone restano legate alle prospettive della propria vita, ma guardano con maggiore prudenza alle istituzioni, all’economia e alla capacità dei sistemi educativi di ridurre le disuguaglianze.
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