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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Italia, scuola e media perdono fiducia secondo un’indagine

Solo il 46% vede nella scuola un’opportunità per ridurre le disuguaglianze, mentre l’informazione raccoglie consensi ancora più bassi

L’Italia mostra una fiducia ridotta nella scuola e nei mezzi di informazione, secondo l’indagine internazionale FII PRIORITY Compass 2026.

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Scuola e mobilità sociale

Soltanto il 46% degli italiani pensa che il sistema educativo consenta ai bambini delle famiglie meno abbienti di migliorare la propria condizione. La media dei 32 Paesi analizzati arriva al 60%, con una differenza di 14 punti.

Il dato segnala una debole fiducia nella capacità della scuola di compensare gli svantaggi economici e familiari di partenza. Non viene necessariamente messo in discussione il valore dell’insegnamento, quanto la possibilità che l’istruzione garantisca a tutti le stesse occasioni di crescita.

Sul valore dell’università il giudizio italiano è meno severo. Il 53% ritiene che, per la maggioranza delle persone, frequentarla non giustifichi la spesa richiesta: una quota comunque maggioritaria, ma distante dal 65% rilevato nel campione mondiale. Tra i Paesi considerati, l’Italia registra il terzo dato più contenuto.

Resta invece bassa la fiducia nel peso del titolo di studio durante la ricerca di un impiego. Solo il 47% degli intervistati italiani pensa che una laurea conti più delle capacità concrete: è il secondo risultato più basso rilevato dall’indagine.


La fiducia nei mezzi d’informazione

Il rapporto con i media appare ancora più fragile. La televisione nazionale è considerata attendibile dal 43% degli italiani, contro il 62% della media internazionale; per le notizie diffuse in rete la quota scende al 37%, rispetto al 52% globale.

L’82% del campione italiano ritiene inoltre che i mezzi di comunicazione tradizionali abbiano un orientamento politico. Si tratta della percezione dei cittadini, non di una verifica sull’effettivo schieramento delle singole testate, ma il risultato evidenzia una forte erosione della credibilità del settore.

La sfiducia riguarda anche le nuove figure dell’informazione digitale, pur con caratteristiche diverse. Il 48% degli italiani pensa che i creatori di contenuti online riescano a intercettare le preoccupazioni della gente comune: il dato misura la vicinanza percepita al pubblico, non la correttezza delle informazioni diffuse.


Il quadro internazionale

La quinta edizione della ricerca, realizzata da Future Investment Initiative Institute e Ipsos su 61.200 adulti di 32 Paesi, è stata condotta tra il 24 aprile e il 5 giugno 2026. Dal sondaggio emerge una distanza netta tra la valutazione del mondo e quella della propria vita.

A livello globale, il 34% pensa che il pianeta stia procedendo nella direzione giusta e il 46% esprime lo stesso giudizio sul proprio Paese. La situazione personale viene però giudicata positivamente dal 75% degli intervistati.

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La frattura geografica è marcata. Nei 19 Paesi del Sud globale, il 47% vede favorevolmente la direzione presa dal mondo; nei 13 Paesi del Nord globale la percentuale si ferma al 15%. Anche l’ottimismo sull’economia mondiale è maggiore nel primo gruppo, con il 49% contro il 19% del secondo.

La fiducia nella possibilità di migliorare la propria posizione attraverso il lavoro raggiunge il 75% nel Sud globale e il 60% nel Nord globale. Nel complesso dei Paesi esaminati arriva al 69%, sei punti in più rispetto al 2025.


Spese, salute e tecnologie

Il costo della vita è indicato come principale preoccupazione dal 56% delle persone intervistate, con un aumento di sei punti rispetto all’anno precedente. Le bollette energetiche vengono citate dal 34% del campione.

Per il benessere individuale contano soprattutto la salute e la possibilità di ricevere cure, indicate dal 44%, e la solidità dell’occupazione e delle entrate, segnalata dal 43%. Per oltre metà degli intervistati, spese quotidiane e debiti rendono inoltre più difficile avere il numero di figli desiderato.

L’apertura verso le tecnologie non elimina la richiesta di controllo umano. Il 57% sarebbe disposto a pagare per acquisire competenze nell’intelligenza artificiale, ma l’80% esclude che sistemi automatici possano assumere la decisione conclusiva in settori delicati come selezioni del personale, giustizia e sanità.

L’85% chiede regole comuni a livello internazionale. Quanto alla robotica, il 65% immagina una presenza ordinaria dei robot nella vita quotidiana entro dieci anni e il 61% accetterebbe di affidare loro le faccende domestiche; la disponibilità cala quando entrano in gioco attività di assistenza e cura.


Servizi pubblici e formazione

Meno della metà del campione si dice soddisfatta delle cure sanitarie disponibili nel proprio Paese. Il 63% sarebbe tuttavia favorevole a un aumento delle imposte per assicurare prestazioni accessibili a tutta la popolazione.

La formazione professionale raccoglie il 69% dei consensi come priorità per i governi, anche in risposta ai cambiamenti prodotti dall’intelligenza artificiale nel mercato occupazionale. Il 65% considera ormai eccessivo, per la maggior parte delle persone, il prezzo dell’università.

La questione riguarda quindi sia le professioni che potrebbero essere automatizzate sia la capacità di preparare studenti e lavoratori a richieste professionali in rapido mutamento. Per gli atenei e per le imprese, la fiducia dipende sempre più da competenze verificabili e sbocchi occupazionali, oltre che dal possesso di una certificazione.

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