Fame nel mondo, l’allarme del 2026: 49 milioni di persone a rischio
Guerre, crisi climatica e riduzione degli aiuti stanno aggravando l’insicurezza alimentare, con Somalia, Sudan ed Etiopia tra i Paesi più esposti.
La Somalia concentra molte delle emergenze che stanno facendo arretrare la lotta alla fame: siccità, guerra, prezzi più alti e minori aiuti. Il nuovo rapporto sulla fame globale avverte però che la crisi potrebbe allargarsi: entro il 2027, un’intensa fase di El Niño potrebbe spingere altre 49 milioni di persone verso la fame acuta.
Nel 2025 sono state 645 milioni le persone che hanno sofferto la fame, una cifra vicina alla popolazione complessiva dell’Europa. Il dato emerge dall’Indice Globale della Fame 2026, curato per l’Italia da CESVI e realizzato da Welthungerhilfe, Institute for International Law of Peace and Armed Conflict e Helvetas.
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Somalia, la crisi più drammatica
Con un punteggio di 47,0, classificato come allarmante, la Somalia è il Paese nella situazione peggiore tra quelli analizzati. Oltre metà della popolazione risulta denutrita e un bambino su dieci non raggiunge i cinque anni di età. Nel 2026 la fame acuta è aumentata del 43% e, entro giugno 2027, 1,92 milioni di bambini potrebbero soffrire o essere esposti alla malnutrizione acuta.
La siccità ha portato le autorità a proclamare l’emergenza nazionale, mentre il conflitto con Al-Shabaab, il rincaro legato alla crisi in Medio Oriente e la diminuzione degli aiuti hanno aggravato il quadro. Più di 500 strutture sanitarie e nutrizionali hanno dovuto chiudere. Con l’arrivo di El Niño, alla carenza d’acqua potrebbero seguire vaste alluvioni, mettendo a rischio tra 2,5 e 3,5 milioni di persone.
Nonostante le condizioni restino gravissime, il punteggio somalo è sceso per la prima volta sotto la soglia di massima allerta tra gli anni presi in esame: nel 2000 era pari a 64,4. «In Somalia ritroviamo tutte le cause della fame che il rapporto descrive: siccità, conflitto, prezzi spinti da una guerra lontana e aiuti che si riducono proprio dove servono di più», ha osservato Stefano Piziali, direttore generale di CESVI.
Guerre e clima fanno arretrare i progressi
A livello mondiale, l’indice raggiunge quota 18,1, ancora nella fascia definita moderata, ma il confronto con il 2018 evidenzia un peggioramento. Otto Paesi — Burundi, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen — rientrano nella categoria allarmante, mentre altri 36 sono classificati come gravi. In 32 Stati la situazione è peggiorata rispetto al 2018.
Nel 2025 si sono contati 65 conflitti armati, il numero più alto dalla fine della Seconda guerra mondiale. Acled ha registrato oltre 204mila episodi di violenza in dodici mesi, con più di 240mila vittime. Nello stesso periodo, 358 disastri naturali, terremoti compresi, hanno coinvolto oltre 110 milioni di persone; nel 2026 le Nazioni Unite hanno già censito 64 emergenze provocate da condizioni climatiche estreme.
Il rapporto segnala inoltre 35,5 milioni di bambini colpiti nel 2025 dalla malnutrizione acuta, quasi 10 milioni dei quali nella forma più grave. La carestia è stata accertata contemporaneamente nella Striscia di Gaza e in Sudan, mentre nel 2026 il pericolo riguarda anche Somalia, Sud Sudan e Yemen. Il blocco dello Stretto di Hormuz, attraversato da circa un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti, potrebbe aggiungere altri 45 milioni di persone alla platea esposta alla fame acuta.
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«Guerra e clima non sono più emergenze separate: nella maggior parte delle crisi alimentari si sommano e si alimentano a vicenda», ha affermato Piziali. Secondo il dirigente, ridurre il sostegno proprio nelle aree più colpite rischia di preparare nuove emergenze.
Dall’Africa alle altre regioni
Il continente africano, soprattutto l’area subsahariana, conserva il livello di fame più alto del pianeta. Il suo indice è salito a 27,5, nella fascia grave, interrompendo il percorso di miglioramento registrato in passato. In Sudan, dopo oltre tre anni di guerra, quasi 19,5 milioni di persone, pari a due abitanti su cinque, vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare; per il 2026 si stimano 4,2 milioni di bambini con malnutrizione acuta.
In Afghanistan i miglioramenti si sono arrestati: il 42% dei bambini sotto i cinque anni presenta un ritardo della crescita e, ad agosto, 3,7 milioni erano colpiti da malnutrizione acuta. In Etiopia, la guerra nella regione di Amhara, l’aumento del 60% del prezzo del mais in un anno e il rischio di alluvioni nel sud-est hanno impedito di calcolare per il 2025 il numero delle persone in condizioni di fame acuta.
America Latina e Caraibi hanno invece continuato a ridurre la fame, anche se disuguaglianze ed esclusione lasciano milioni di persone senza un accesso sicuro al cibo. In Guatemala il 44,6% dei bambini sotto i cinque anni soffre di ritardo della crescita, con valori ancora più alti nelle comunità indigene e nelle aree rurali.
In Asia occidentale e Nord Africa la tendenza positiva si è invertita: l’indice regionale è passato da 11,9 nel 2018 a 12,5 nel 2026. La disponibilità di acqua dolce è di circa 480 metri cubi per abitante ogni anno, al di sotto della soglia di scarsità assoluta, e la regione dipende dall’estero per alimenti ed energia. In Asia orientale e nel Sud-est asiatico l’indice è invece fermo a 8,1, dopo il forte calo ottenuto tra il 2000 e il 2018.
I segnali positivi restano fragili
Il quadro non è privo di miglioramenti. Dal 2018, 31 Paesi hanno ridotto il proprio punteggio di almeno il 10% e la mortalità infantile continua a diminuire. Nel 2026, inoltre, le persone in condizioni di fame catastrofica sono passate da 1,4 milioni a circa 327mila, grazie alla riduzione dei combattimenti e all’aumento degli aiuti a Gaza e in Sudan.
Il rapporto invita però alla cautela: alcuni risultati sono difficili da verificare e i tagli ai finanziamenti umanitari rischiano di indebolire le risposte proprio nelle aree più vulnerabili. In Somalia CESVI prevede di assistere oltre 8.500 bambini con malnutrizione acuta nelle zone di Hobyo e Beletweyne, affiancando alle cure attività per riconoscere in anticipo siccità e inondazioni.
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