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Fame nel mondo, il progresso si spezza: 645 milioni a rischio

Conflitti, crisi climatica e riduzione degli aiuti fanno arretrare la lotta alla fame, mentre Somalia, Sudan e altri Paesi affrontano emergenze sempre più gravi.

La lotta alla fame mostra alcuni risultati, ma il quadro complessivo resta fragile. Dal 2018, 31 Paesi hanno migliorato di almeno il 10% il proprio punteggio e il numero di persone in condizioni catastrofiche è sceso da 1,4 milioni a circa 327mila, grazie anche alla diminuzione dei combattimenti e alla maggiore assistenza destinata a Gaza e al Sudan. Tuttavia, il rapporto avverte che questi progressi sono precari e in parte difficili da verificare. Anche gli aiuti umanitari risultano destinati a diminuire del 40%.

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I segnali positivi non bastano

La mortalità tra i bambini continua a ridursi, ma il miglioramento non è sufficiente a compensare l’impatto delle guerre e degli eventi climatici estremi. In numerose aree, infatti, i risultati ottenuti negli anni precedenti si stanno esaurendo o sono già stati cancellati.

“Guerra e clima non sono più emergenze separate: nella maggior parte delle crisi alimentari si sommano e si alimentano a vicenda”, ha spiegato Stefano Piziali, direttore generale di CESVI. Secondo il responsabile, la fame amplifica l’instabilità e ridurre il sostegno proprio nei territori più colpiti significa aumentare il rischio di nuove crisi.


Un mondo più esposto alle crisi

Nel 2025 circa 645 milioni di persone hanno sofferto la fame, una cifra paragonabile alla popolazione complessiva dell’Europa. Di queste, 147,4 milioni vivevano in 19 Paesi segnati da conflitti, mentre 87,5 milioni si trovavano in 16 Stati colpiti da fenomeni climatici estremi.

Il rapporto prevede inoltre che il nuovo El Niño, considerato tra i più intensi mai osservati, possa causare fame acuta per altre 49 milioni di persone entro la fine del 2027. Il fenomeno dovrebbe durare almeno fino ai primi mesi del 2027, provocando siccità nell’Africa meridionale, nel Sahel e in Asia e piogge alluvionali nel Corno d’Africa.

Nel corso del 2025 sono stati registrati 65 conflitti armati, il dato più elevato dalla Seconda guerra mondiale. Acled ha contato oltre 204mila episodi di violenza in dodici mesi, con più di 240mila vittime, mentre siccità, inondazioni e tempeste hanno contribuito a 358 disastri naturali, terremoti compresi, coinvolgendo più di 110 milioni di persone.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha già censito 64 emergenze legate a eventi meteorologici estremi nel 2026. A queste tensioni si sommano le conseguenze della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran: un eventuale blocco dello Stretto di Hormuz, attraversato da circa un terzo degli scambi marittimi di fertilizzanti, potrebbe esporre alla fame grave altri 45 milioni di individui.


La Somalia resta il caso più drammatico

Dopo quasi due decenni di miglioramenti sostanziali, la situazione globale è peggiorata rispetto al 2018. Il punteggio mondiale dell’Indice globale della fame 2026 è pari a 18,1, un valore classificato come moderato, ma le differenze tra territori restano profonde: otto Paesi si trovano nella fascia allarmante e altri 36 in quella grave. In 32 Stati, inoltre, il livello della fame è superiore a quello rilevato nel 2018.

Le guerre rappresentano il principale fattore di deterioramento. Nei Paesi interessati da conflitti prolungati, il punteggio mediano raggiunge 22,1, contro il 15,2 registrato nel 2000 tra gli Stati in pace. Per il rapporto, ciò equivale alla perdita di quasi una generazione di progressi.

La Somalia presenta il dato peggiore: 47,0 punti, nella categoria allarmante. Più di metà della popolazione è denutrita e un bambino su dieci non arriva al quinto anno di vita. Siccità, scontri con Al-Shabaab, rincaro dei prezzi legato alla crisi mediorientale e riduzione degli aiuti hanno aggravato una situazione già critica; oltre 500 strutture sanitarie e nutrizionali hanno dovuto chiudere.

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Nel 2026 i casi di fame acuta sono aumentati del 43%. Entro giugno 2027, 1,92 milioni di bambini potrebbero soffrire di malnutrizione acuta o correre il rischio di svilupparla. L’arrivo di El Niño potrebbe trasformare la siccità in alluvioni, esponendo tra 2,5 e 3,5 milioni di persone.

Non mancano però segnali di miglioramento: per la prima volta, negli anni presi in esame, il punteggio somalo è sceso sotto la soglia dell’emergenza estrema, passando dal 64,4 del 2000 al valore attuale. “In Somalia ritroviamo tutte le cause della fame che il rapporto descrive: siccità, conflitto, prezzi spinti da una guerra lontana e aiuti che si riducono proprio dove servono di più”, ha affermato Piziali. A Hobyo e Beletweyne CESVI prevede di sostenere oltre 8.500 bambini con malnutrizione acuta e di aiutare le comunità a individuare prima i segnali di siccità e inondazione.


Sudan, Afghanistan ed Etiopia sotto pressione

Il Sudan, dopo più di tre anni di guerra, conta quasi 19,5 milioni di persone in condizioni di grave insicurezza alimentare, circa due abitanti su cinque. Nel 2026 si prevedono 4,2 milioni di bambini colpiti da malnutrizione acuta; l’instabilità impedisce persino di calcolare con precisione il punteggio nazionale, che viene indicato provvisoriamente come allarmante.

In Afghanistan i progressi si sono interrotti: il 42% dei bambini sotto i cinque anni presenta un ritardo della crescita e, ad agosto, 3,7 milioni risultavano affetti da malnutrizione acuta. In Etiopia, invece, il conflitto nella regione di Amhara, l’aumento del 60% del prezzo del mais in dodici mesi e la minaccia di alluvioni nel sud-est hanno reso impossibile stimare per il 2025 il numero delle persone colpite dalla fame acuta.

Anche il quadro regionale conferma la disomogeneità della crisi. L’Africa subsahariana mantiene il livello più alto al mondo, con un punteggio di 27,5, classificato come grave e superiore a quello del 2018: è il primo peggioramento tra gli anni di riferimento.


Le differenze tra le regioni

America Latina e Caraibi hanno continuato a ridurre la fame, pur producendo cibo sufficiente per l’intera popolazione. Disuguaglianze ed emarginazione lasciano però milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare; in Guatemala il ritardo della crescita riguarda il 44,6% dei bambini sotto i cinque anni, con percentuali ancora maggiori nelle comunità indigene e nelle aree rurali.

In Asia occidentale e Nord Africa, dopo una lunga fase di miglioramento, la fame è tornata ad aumentare. La disponibilità di acqua dolce è di circa 480 metri cubi per abitante ogni anno, al di sotto della soglia della scarsità assoluta, e la regione deve quindi affidarsi all’acquisto dall’estero di alimenti e risorse energetiche. Il punteggio del 2026 è 12,5, contro l’11,9 del 2018 e il 18,1 del 2000.

L’Asia orientale e il Sud-est asiatico hanno invece ridotto in modo consistente la fame rispetto al 2000. La velocità dei miglioramenti è però diminuita bruscamente dopo il 2018 e il punteggio regionale è rimasto sostanzialmente stabile, a quota 8,1 nel 2026.

Il rapporto conclude che la risposta non può separare gli interventi contro i conflitti da quelli dedicati alla crisi climatica e alla nutrizione. La riduzione degli aiuti rischia di colpire proprio i contesti in cui prevenzione, assistenza sanitaria e sostegno alle comunità possono evitare che un’emergenza temporanea si trasformi in una catastrofe duratura.

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