Fame nel mondo, il fragile calo non basta: 645 milioni a rischio
Il rapporto 2026 lancia l’allarme su guerre, clima e aiuti in diminuzione, mentre Somalia, Sudan ed Etiopia affrontano nuove emergenze alimentari.
Ci sono alcuni segnali positivi, ma non bastano a invertire una tendenza ormai preoccupante. Dal 2018, 31 Paesi hanno ridotto di almeno il 10% il proprio punteggio nell’Indice Globale della Fame e la mortalità infantile continua a diminuire. Anche le persone colpite da fame catastrofica sono scese da 1,4 milioni a circa 327mila, grazie alla riduzione dei combattimenti e all’aumento degli aiuti nella Striscia di Gaza e in Sudan.
Questi miglioramenti restano tuttavia fragili e, in alcuni casi, difficili da verificare. Il rapporto avverte inoltre che la diminuzione degli aiuti rischia di compromettere i risultati ottenuti proprio nelle aree più vulnerabili.
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I progressi si fermano in molte regioni
L’Africa a sud del Sahara conserva il livello di fame più alto tra le macroaree analizzate. Il suo punteggio per il 2026 è pari a 27,5, classificato come grave: rispetto al 2018 si registra un peggioramento, il primo aumento tra gli anni utilizzati per il confronto.
In America Latina e nei Caraibi la produzione alimentare sarebbe sufficiente a coprire i bisogni della popolazione, ma disuguaglianze ed esclusione continuano a lasciare milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare. In Guatemala, il 44,6% dei bambini sotto i cinque anni presenta un ritardo nella crescita, con valori ancora più elevati nelle comunità indigene e nelle zone rurali.
Anche Asia occidentale e Nord Africa mostrano un’inversione di tendenza dopo anni di miglioramenti. La disponibilità media è di circa 480 metri cubi di acqua dolce per abitante ogni anno, al di sotto della soglia di scarsità assoluta, e la regione dipende dalle importazioni di alimenti ed energia. Il punteggio è passato da 11,9 nel 2018 a 12,5 nel 2026, interrompendo la discesa iniziata dal valore di 18,1 registrato nel 2000.
Nell’Asia orientale e nel Sud-Est asiatico la fame si è ridotta in modo consistente dal 2000, ma il ritmo è rallentato nettamente dopo il 2018. Il punteggio regionale del 2026 è 8,1: tra il 2000 e il 2018 si era più che dimezzato, mentre negli anni successivi è rimasto sostanzialmente stabile.
Guerre e clima aggravano la crisi
Nel 2025 la fame ha colpito 645 milioni di persone, una cifra vicina all’intera popolazione europea. Tra loro, 147,4 milioni vivevano in 19 Paesi devastati dai conflitti, mentre altri 87,5 milioni si trovavano in 16 Paesi colpiti da eventi climatici estremi.
Il quadro potrebbe peggiorare nei prossimi anni. Il nuovo El Niño, previsto almeno fino all’inizio del 2027 e indicato tra i più intensi mai osservati, potrebbe aggiungere 49 milioni di persone alla platea esposta alla fame acuta entro la fine del 2027. Siccità in Africa meridionale, nel Sahel e in Asia potrebbero alternarsi a inondazioni nel Corno d’Africa.
Nel 2025 sono stati censiti 65 conflitti armati, il dato più alto dalla Seconda guerra mondiale. Gli episodi di violenza registrati da Acled hanno superato quota 204mila in dodici mesi, con oltre 240mila vittime; nello stesso periodo, 358 disastri naturali, terremoti compresi, hanno coinvolto più di 110 milioni di persone.
Il rapporto segnala anche il rischio legato al blocco dello Stretto di Hormuz, attraversato da circa un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti. Gli effetti della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran potrebbero così spingere altre 45 milioni di persone verso la fame acuta.
«Guerra e clima non sono più emergenze separate: nella maggior parte delle crisi alimentari si sommano e si alimentano a vicenda», ha spiegato Stefano Piziali, direttore generale di CESVI. Secondo Piziali, la fame amplifica l’instabilità e ridurre gli aiuti nelle aree più colpite significa aumentare il rischio di nuove crisi.
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Somalia, il caso più drammatico
Con un punteggio di 47,0, classificato come allarmante, la Somalia è il Paese nella situazione peggiore secondo l’Indice Globale della Fame 2026. Più della metà della popolazione è denutrita e un bambino su dieci non raggiunge il quinto compleanno.
A peggiorare la crisi concorrono la siccità, il conflitto con Al-Shabaab, l’aumento dei prezzi legato alla crisi mediorientale e la riduzione degli aiuti. Quest’ultimo fattore ha portato alla chiusura di oltre 500 strutture sanitarie e nutrizionali. Nel 2026 la fame acuta è aumentata del 43% e, entro giugno 2027, 1,92 milioni di bambini potrebbero soffrire o essere a rischio di malnutrizione acuta.
L’arrivo di El Niño potrebbe trasformare la siccità in una nuova emergenza alluvionale, esponendo tra 2,5 e 3,5 milioni di persone. Esiste però anche un elemento di miglioramento: nel 2026 il punteggio somalo è sceso per la prima volta, negli anni di riferimento, sotto la soglia di emergenza estrema, rispetto al 64,4 del 2000.
A Hobyo e Beletweyne CESVI prevede di sostenere oltre 8.500 bambini colpiti da malnutrizione acuta e di preparare le comunità a individuare in anticipo i segnali di siccità e inondazioni. «Intervenire prima costa meno, in denaro e in vite, che rincorrere l’emergenza», ha detto Piziali.
Sudan e altri fronti aperti
In Sudan, dopo più di tre anni di guerra, quasi 19,5 milioni di persone, pari a due abitanti su cinque, si trovano in condizioni di grave insicurezza alimentare. Per il 2026 si stimano 4,2 milioni di bambini con malnutrizione acuta, mentre il conflitto impedisce di calcolare con precisione il punteggio nazionale: il Paese è quindi definito provvisoriamente in situazione allarmante.
In Afghanistan i miglioramenti si sono arrestati. Il 42% dei bambini sotto i cinque anni presenta un ritardo nella crescita e, ad agosto, 3,7 milioni di minori soffrivano di malnutrizione acuta.
Anche l’Etiopia affronta una combinazione di fattori critici: il conflitto in Amhara, l’aumento del 60% del prezzo del mais in un anno e il pericolo di alluvioni nel sud-est. Per il 2025 non è stato possibile stimare il numero delle persone colpite dalla fame acuta.
Un peggioramento dopo anni di calo
Il punteggio globale del rapporto 2026 è 18,1, un livello definito moderato, ma il dato nasconde differenze molto marcate tra Paesi e regioni. La fame è considerata allarmante in Burundi, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen; in altri 36 Paesi la situazione è grave.
In 32 Paesi il livello di fame è superiore a quello del 2018. Nei territori segnati da conflitti cronici, il punteggio mediano ha raggiunto 22,1, oltre quello dei Paesi in pace nel 2000, pari a 15,2. Secondo il rapporto, quasi una generazione di progressi nella lotta alla fame è andata perduta.
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