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Fame globale, 49 milioni di persone rischiano l’emergenza entro il 2027

Il rapporto 2026 fotografa l’impatto congiunto di guerre, crisi climatiche e aiuti in calo, con Somalia, Sudan e Gaza tra le aree più esposte.

Ci sono alcuni segnali incoraggianti, ma restano troppo fragili per parlare di una svolta. Dal 2018, 31 Paesi hanno migliorato di almeno il 10% il proprio punteggio nell’Indice globale della fame e il numero di persone colpite da condizioni alimentari catastrofiche è sceso da 1,4 milioni a circa 327mila. Il dato è legato anche alla diminuzione dei combattimenti e alla crescita degli interventi umanitari a Gaza e in Sudan, ma il rapporto avverte che i progressi sono parziali e spesso difficili da controllare.

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I miglioramenti restano molto fragili

A preoccupare sono soprattutto la riduzione degli aiuti e la sovrapposizione tra conflitti, siccità, alluvioni e aumento dei prezzi. In questo scenario, i risultati ottenuti negli ultimi anni rischiano di essere cancellati rapidamente, soprattutto nelle aree dove le istituzioni non riescono più a garantire assistenza sanitaria, nutrizione e accesso al cibo.

«Guerra e clima non sono più emergenze separate: nella maggior parte delle crisi alimentari si sommano e si alimentano a vicenda», ha dichiarato Stefano Piziali, direttore generale di CESVI. Secondo Piziali, la fame amplifica l’instabilità e ridurre il sostegno proprio nei territori più colpiti significa aumentare il rischio di nuove crisi.

La Somalia rappresenta il caso più grave tra quelli esaminati. Il Paese ha ottenuto un punteggio di 47,0, classificato come allarmante: più della metà della popolazione è denutrita e circa un bambino su dieci non arriva ai cinque anni di età. Siccità, scontri con Al-Shabaab, rincari legati alla crisi mediorientale e diminuzione degli aiuti hanno prodotto una combinazione particolarmente drammatica.

«Ora l’acqua che è mancata per mesi rischia di arrivare tutta insieme, con le alluvioni», ha aggiunto Piziali parlando della Somalia. A Hobyo e Beletweyne CESVI prevede di sostenere oltre 8.500 bambini con malnutrizione acuta e di aiutare le comunità a individuare in anticipo i segnali di siccità e inondazione.


Somalia, il fronte più esposto

Nel 2026 la fame acuta in Somalia è aumentata del 43%. Entro giugno 2027, 1,92 milioni di bambini potrebbero essere colpiti o trovarsi a rischio di malnutrizione acuta. L’arrivo di El Niño potrebbe aggravare ulteriormente la situazione: dopo mesi senza piogge, il Paese potrebbe affrontare precipitazioni improvvise e alluvioni capaci di coinvolgere tra 2,5 e 3,5 milioni di persone.

Il quadro contiene però anche un elemento di miglioramento. Il punteggio somalo è sceso sotto la soglia di emergenza estrema per la prima volta negli anni considerati, passando dal valore di 64,4 registrato nel 2000. Il risultato non cancella l’emergenza, ma mostra che interventi mirati e continui possono produrre effetti concreti.


Guerre e clima fanno salire il rischio

Nel 2025 sono stati contati 65 conflitti armati, il numero più alto dalla fine della Seconda guerra mondiale. Nello stesso periodo, il progetto Acled ha registrato più di 204mila episodi di violenza e oltre 240mila vittime. Le crisi ambientali hanno aggiunto un ulteriore livello di pressione: 358 calamità, terremoti compresi, hanno coinvolto più di 110 milioni di persone.

Nel 2026 l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha già segnalato 64 emergenze provocate da fenomeni meteorologici estremi. El Niño, che potrebbe proseguire almeno fino all’inizio del 2027, rischia di portare siccità nell’Africa meridionale, nel Sahel e in Asia, oltre a piogge distruttive nel Corno d’Africa.

Anche la crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran può avere conseguenze alimentari globali. Se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse interrompere una parte significativa dei trasporti, considerato che da quell’area passa circa un terzo del commercio marittimo di fertilizzanti, fino a 45 milioni di persone in più potrebbero precipitare nella fame acuta.


Il bilancio mondiale peggiora

Nel 2025 circa 645 milioni di persone hanno patito la fame, una cifra vicina all’intera popolazione europea. Di queste, 147,4 milioni vivevano in 19 Paesi segnati da guerre, mentre 87,5 milioni si trovavano in 16 Stati colpiti da eventi climatici estremi. Il rapporto stima che un nuovo episodio di El Niño potrebbe aggiungere altri 49 milioni di persone alla platea esposta alla fame acuta entro la fine del 2027.

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A pagare il prezzo maggiore sono i minori: 35,5 milioni di bambini hanno affrontato malnutrizione acuta nel 2025 e quasi 10 milioni versavano nelle condizioni più severe. Nello stesso anno la carestia è stata certificata contemporaneamente nella Striscia di Gaza e in Sudan; nel 2026 il pericolo riguarda anche Somalia, Sud Sudan e Sudan.

Dopo quasi due decenni di progressi complessivi, la situazione è peggiorata rispetto al 2018. Il punteggio mondiale dell’Indice globale della fame è pari a 18,1, un livello definito moderato, ma i dati nazionali e regionali descrivono un quadro molto più duro: otto Paesi risultano in condizioni allarmanti e altri 36 in una fascia grave. In 32 Stati la fame è oggi più intensa rispetto al 2018.


Sudan, Afghanistan ed Etiopia in crisi

Le guerre incidono in modo decisivo sui risultati. Nei Paesi attraversati da conflitti prolungati il valore mediano dell’indice raggiunge 22,1, contro il 15,2 registrato nel 2000 negli Stati privi di guerra. Il rapporto parla così della perdita di quasi una generazione di progressi nella lotta alla fame.

In Sudan, dopo oltre tre anni di combattimenti, circa 19,5 milioni di persone, pari a due quinti della popolazione, affrontano una grave insicurezza alimentare. Per il 2026 si prevedono 4,2 milioni di bambini con malnutrizione acuta, mentre la guerra impedisce di calcolare con precisione il punteggio nazionale, provvisoriamente collocato nella fascia allarmante.

In Afghanistan i miglioramenti si sono arrestati: il 42% dei bambini sotto i cinque anni presenta una crescita insufficiente e ad agosto 3,7 milioni di minori soffrivano di malnutrizione acuta. In Etiopia, invece, il conflitto nella regione di Amhara, l’aumento del 60% del prezzo del mais in dodici mesi e il pericolo di alluvioni nel sud-est hanno reso impossibile stimare per il 2025 il numero delle persone colpite dalla fame acuta.


Regioni, andamenti molto diversi

L’Africa subsahariana conserva il valore più alto dell’indice: 27,5, classificato come grave. Per la prima volta tra gli anni di confronto, il dato regionale è superiore a quello del 2018, segnalando un’inversione rispetto ai progressi precedenti.

America Latina e Caraibi hanno invece continuato a ridurre la fame. La produzione alimentare sarebbe sufficiente per l’intera popolazione, ma disuguaglianze ed esclusione lasciano milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare. In Guatemala, il 44,6% dei bambini sotto i cinque anni presenta una crescita compromessa, con percentuali ancora maggiori nelle comunità indigene e nelle zone rurali.

Anche Asia occidentale e Nord Africa mostrano un peggioramento dopo anni positivi. La disponibilità media è di circa 480 metri cubi d’acqua dolce per abitante all’anno, al di sotto della soglia di scarsità assoluta, e la regione dipende dall’estero per procurarsi cibo ed energia. Il punteggio è salito da 11,9 nel 2018 a 12,5 nel 2026, interrompendo la discesa iniziata dal valore di 18,1 del 2000.

In Asia orientale e nel Sud-est asiatico la fame è diminuita in modo consistente dal 2000, anche se la velocità dei miglioramenti si è ridotta dopo il 2018. Il valore del 2026 è 8,1: l’indice si è più che dimezzato tra il 2000 e il 2018, per poi rimanere quasi stabile negli anni successivi.

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