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Attualità 4 min di lettura2 giorni fa

Europa sotto pressione: la risposta alla Russia non può più aspettare

Beniamino Irdi analizza la nuova fase delle minacce russe e indica deterrenza comune, costi credibili e maggiore coordinamento europeo come possibili contromisure.

Le democrazie europee non devono rinunciare ai propri principi, ma possono essere costrette a ridefinire il modo in cui li difendono. Di fronte a sabotaggi, droni e interferenze, secondo Beniamino Irdi la sicurezza impone di bilanciare diversamente trasparenza, garanzie giuridiche e rapidità decisionale.

L’analista, nonresident senior fellow del German Marshall Fund e fondatore e ceo di HighGround, considera significativo il dibattito sul possibile Consiglio di sicurezza europeo. Ursula von der Leyen ne ha parlato nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, insieme a una strategia comune e a un meccanismo di emergenza collegato all’articolo 4 della Nato.


La democrazia è anche vulnerabile

Irdi avverte che lo Stato di diritto, il controllo dell’opinione pubblica e la necessità di ottenere consenso elettorale rappresentano pilastri essenziali delle democrazie liberali, ma possono rallentare la risposta a una pressione costruita gradualmente. Le decisioni sugli asset russi bloccati, per esempio, sollevano interrogativi giuridici rilevanti; allo stesso modo, misure energetiche più dure potrebbero avere conseguenze sui prezzi e quindi sul sostegno dei cittadini.

Per l’esperto, non si tratta di abbandonare le regole democratiche. Il problema è capire come proteggerle quando gli avversari sfruttano proprio quei meccanismi per ridurre la capacità d’azione degli Stati. Anche segretezza, intelligence e strumenti di sicurezza nazionale possono richiedere un equilibrio diverso rispetto alla normale attività amministrativa.

Il progetto di un organismo europeo avrebbe però valore soltanto se fosse in grado di decidere e di produrre effetti concreti. Un’ulteriore sede di confronto, priva di poteri reali, rischierebbe di non incidere sulle crisi. L’idea, ha osservato Irdi, tocca il nodo più sensibile dell’integrazione: quando si parla di sicurezza nazionale, i governi sono molto meno disponibili a trasferire competenze.


Mosca alza il livello dello scontro

Negli ultimi mesi, secondo Irdi, la pressione russa sul continente è cambiata in due direzioni. Le azioni sono diventate più frequenti, fisiche e riconoscibili: compaiono con maggiore assiduità droni, ordigni e operazioni di sabotaggio. La reazione occidentale a cyberattacchi e campagne di disinformazione potrebbe essere stata giudicata insufficiente da Mosca, favorendo una maggiore disponibilità a correre rischi.

L’altro elemento riguarda la cosiddetta “plausible deniability”, cioè la possibilità di respingere in modo credibile l’accusa di essere dietro a un’operazione. Gli episodi più recenti, sostiene l’analista, sembrano difficilmente riconducibili ad attori non statali e indicano che il Cremlino teme meno di essere identificato come responsabile.

Per questo la definizione di “guerra ibrida” non è il cuore della questione. Le campagne di questo tipo funzionano quando ogni singolo episodio resta al di sotto del livello che induce lo Stato colpito a reagire con decisione. Quel limite non è fissato da una norma tecnica: dipende da una scelta politica e può essere spostato gradualmente.


La paura è un’arma strategica

La percezione di una minaccia permanente può produrre effetti anche senza un attacco devastante. La circolazione dell’idea che i droni russi possano colpire ovunque alimenta insicurezza e senso di impotenza, offrendo un vantaggio all’autore della pressione indipendentemente dall’esito concreto delle singole operazioni.

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“Il bersaglio ultimo non è fisico: è la nostra tenuta democratica, la credibilità delle istituzioni, la deterrenza”, ha spiegato Irdi. Se le società si dividono e i cittadini arrivano a dubitare della capacità dello Stato di proteggerli, l’operazione può considerarsi efficace anche senza danni materiali rilevanti.

L’Europa dovrebbe quindi costruire una dottrina condivisa di deterrenza. A ogni aggressione, secondo l’esperto, andrebbero associati costi comprensibili, prevedibili e abbastanza pesanti da superare il vantaggio atteso dall’autore dell’attacco.


Energia, beni congelati e Ucraina

Gli strumenti a disposizione non sono esauriti. Irdi indica innanzitutto la leva energetica, pur riconoscendo che una riduzione dei rapporti con la Russia avrebbe conseguenze anche per i Paesi europei. Tra le opzioni figura inoltre l’utilizzo degli asset russi congelati, una soluzione accompagnata da ostacoli politici e legali non marginali.

Un ulteriore fronte resta quello convenzionale: forniture militari, raccolta di informazioni e sostegno all’Ucraina. Gli anni di guerra hanno mostrato quanto il timore di un’escalation abbia influenzato quantità e tempistiche dell’assistenza occidentale a Kiev.

Sulla possibile confisca delle riserve russe, Irdi considera delicato il precedente, ma non ritiene automatico che altri Stati decidano di ritirare i propri capitali dall’Europa. La situazione di Mosca, sottolinea, è legata all’invasione di un Paese sovrano e a un conflitto che dura da quattro anni e mezzo, condotto con strumenti tradizionali e non convenzionali.


Dal grigio alla risposta comune

Il quadro europeo comprende attacchi informatici, manipolazione delle informazioni, sabotaggi, incendi e pressioni sulle infrastrutture strategiche. A settembre la Germania ha attribuito alla Russia un tentativo di colpire con droni esplosivi l’aeroporto di Lipsia/Halle; nei giorni successivi, nel Baltico, una fregata russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese e un drone armato è stato abbattuto sulla Lituania.

Nel frattempo l’Unione europea ha continuato a varare misure contro le attività che definisce ibride, comprese interferenze informative, attacchi digitali e iniziative mirate a indebolire le istituzioni democratiche. Nel suo intervento di settembre, von der Leyen ha sostenuto che le minacce rivolte all’Europa siano ormai “sempre meno ibride e sempre meno minacce”.

Per Irdi, tuttavia, cambiare etichetta non basta. La questione decisiva è stabilire quale risposta politica l’Europa sia pronta ad adottare e con quale grado di unità. Il 6 novembre, alla Luiss di Roma, gli “HG Dialogues” organizzati da HighGround affronteranno proprio il rapporto tra sicurezza nazionale, imprese e nuovi equilibri tra settore pubblico e privato.

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