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Europa fuori gioco: il conto delle scelte su Trump e Ucraina

L’avvicinamento tra Trump e Putin riapre il dibattito sulle responsabilità europee, tra spese militari, crisi energetica e crescente distanza dai cittadini.

La lettura proposta dall’autore è netta: chi riuscirà a intercettare il malcontento provocato dalla guerra, dall’aumento dei costi energetici e dalle nuove spese militari potrebbe ottenere un vantaggio elettorale. L’appello è rivolto soprattutto al cosiddetto campo largo, accusato di non ascoltare una parte sempre più consistente dell’opinione pubblica.

Le proteste che stanno attraversando diversi Paesi europei, con la Francia indicata come primo teatro della contestazione, vengono presentate come il risultato delle scelte compiute negli ultimi anni. Secondo questa interpretazione, l’Europa avrebbe seguito Washington senza riuscire a costruire una propria linea diplomatica e strategica.

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Il consenso sulla guerra si restringe

In Italia, oltre il 60% delle persone coinvolte in un sondaggio si sarebbe detto contrario all’invio di ulteriori armi all’Ucraina. Il dato, sostiene l’autore, non avrebbe ricevuto sufficiente attenzione nel dibattito politico nazionale, concentrato invece sulle primarie e sulla ricerca di un candidato comune.

La critica si estende alle istituzioni europee, accusate di reagire con indignazione alle iniziative di Donald Trump senza interrogarsi sulle decisioni che avrebbero contribuito a ridurre il peso internazionale dell’Unione. In questa prospettiva, Bruxelles avrebbe finito per sostenere una politica costosa per i cittadini e priva di una reale autonomia.


Trump segue il proprio interesse

L’articolo descrive Trump come un presidente coerente con la propria impostazione, non come un leader improvvisamente trasformato. Negli Stati Uniti, secondo l’autore, l’amministrazione avrebbe rafforzato pratiche repressive attraverso l’agenzia incaricata del controllo dell’immigrazione, mentre all’estero avrebbe alternato minacce, sanzioni, interventi militari e protezione di figure condannate dalla Corte penale internazionale.

Dietro le svolte della Casa Bianca, dalle guerre commerciali alle oscillazioni diplomatiche, viene individuata una priorità economica. L’autore sostiene che Trump punti soprattutto a produrre vantaggi finanziari per sé e per i propri alleati, anche sfruttando i movimenti dei mercati legati alle tensioni sul petrolio.


Il voto americano pesa sulle mosse

L’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato rappresenterebbe un ulteriore elemento di pressione. Una perdita della maggioranza in entrambe le camere del Congresso potrebbe infatti riaprire il tema della messa in stato d’accusa e rendere più concreto il ricorso al 25º emendamento, che consente di sostituire un presidente ritenuto incapace di svolgere le proprie funzioni per ragioni fisiche o mentali.

È in questo quadro che viene collocato il riavvicinamento tra Trump e Vladimir Putin. L’obiettivo strategico attribuito al presidente americano non sarebbe tanto la difesa degli interessi europei o ucraini, quanto l’allontanamento della Russia dalla Cina. La formula viene sintetizzata così: «L’Ucraina ha bisogno di un nuovo presidente», frase attribuita a Trump nel contesto delle sue recenti posizioni.

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La sicurezza usata per giustificare i costi

Nel frattempo, le istituzioni europee vengono accusate di alimentare il timore di un possibile attacco russo invece di tentare una mediazione. L’autore cita le preoccupazioni espresse sui droni, sulla cosiddetta guerra ibrida e sulle interferenze elettorali, insieme alle dichiarazioni del comandante americano della Nato, generale Grynkevich: «Se attaccati siamo pronti a difenderci».

La tesi sostenuta nel testo è che i servizi segreti occidentali non abbiano segnalato preparativi russi per un’offensiva contro l’Europa. Putin avrebbe escluso uno scenario simile, aggiungendo però che Mosca reagirebbe anche con armi nucleari nel caso di attacchi al territorio russo. Il riferimento implicito è alla possibilità di colpire Kaliningrad, enclave russa sul Baltico.


Armi, bilanci e crisi energetica

La narrazione della minaccia viene quindi interpretata come una copertura politica per l’aumento degli stanziamenti militari. L’obiettivo indicato è destinare il 5% del Pil alla difesa, una scelta che, secondo l’autore, sottrarrebbe risorse a scuola, sanità pubblica, ricerca e transizione energetica.

A rendere più controversa questa linea sarebbe il rapporto con gli Stati Uniti: l’Unione europea acquisterebbe armamenti americani per trasferirli all’Ucraina, mentre Washington avrebbe ridotto il proprio sostegno diretto a Kiev. Il peso economico di queste decisioni ricadrebbe infine sui cittadini, già alle prese con una grave crisi energetica.


Un’Europa senza strategia comune

Nel bilancio delle responsabilità vengono ricordate anche altre scelte contestate: i dazi accettati dall’Europa, le minacce rivolte al Canada e alla Groenlandia, l’intervento contro il Venezuela e il conflitto con l’Iran. Secondo l’autore, i governi europei avrebbero seguito le decisioni americane senza valutarne fino in fondo le conseguenze geopolitiche.

Giorgia Meloni viene citata tra i leader più disponibili a mantenere questo allineamento. La sua definizione dell’azione contro il Venezuela come «atto di legittima difesa» è indicata come esempio di una posizione europea ritenuta eccessivamente subordinata a Washington.

Il risultato descritto è un’Unione sempre più divisa, meno influente e sottoposta a una crescente pressione sociale. In questo scenario, l’intesa tra Trump e Putin non sarebbe una sorpresa isolata, ma l’effetto di anni di scelte che avrebbero lasciato l’Europa priva di un ruolo autonomo.

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